
ROMA - Ha del grottesco la situazione in cui si è posto il PD rispetto alle Regionali nel Lazio. La candidatura di
Emma Bonino sembra ormai cosa fatta, ma resta il problema di farla digerire alle "minoranze" interne. Nel merito, perché la Bonino rappresenta una alternativa radicale alla linea centrista che il PD aveva tenuto finquando è sembrato coltivare la speranza di un accordo con l'UdC di
Pierferdinando Casini. E nel metodo, perché si tratta di una candidatura "imposta" dai radicali ad un partito che rivendica di rappresentare il 30% degli elettori del Lazio.
In una nota firmata gli esponenti del Pd del Lazio
Giorgio Pasetto, Claudio Moscardelli, Piero Ambrosi, Aurelio Lo Fazio, Michele Marini, Donatina Persichetti e Luciano Di Pietrantonio affermano: «si cerca di nascondere - lamentano i cattolici del Pd - gravi responsabilità politiche del nostro partito che hanno determinato una situazione d’inerzia cui è seguita l’abilità tattica di Bonino e Pannella».
Il segretario
Alessandro Mazzoli e l'ex-segretario
Roberto Morassut ancora ieri avevano ripiegato sull'ipotesi delle primarie, per cercare di restituire un minimo di protagonismo ad un partito che fin dai giorni dello scandalo che ha travolto
Piero Marrazzo appare trainato degli avvenimenti anziché protagonista della propria proposta politica. La ratifica della candidatura di Bonino si iscriverebbe in una logica di continuità con questo atteggiamento.
A meno che, come ipotizza il sito Dagospia, non esista una sorta di patto non scritto di non belligeranza tra PD e UdC (e forse la componente finiana del PdL). Secondo il sito di gossip, il Pd giocherebbe a perdere nel Lazio: «altro che mancanza di candidati: il PD deve rispettare il "patto" a tre siglato da D'Alema con Fini e Casini: a ciascuno la sua regione e il suo tornaconto».
Quanto alle primarie, i tempi per organizzarle sarebbero strettissimi, e la stessa Bonino avrebbe chiuso il discorso con una battuta sprezzante: «Si vota a marzo di quest’anno, non del prossimo...».
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