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L’estinzione dei politicanti: un sogno ad occhi aperti

ACUTO - A molti lettori questo articolo sembrerà banale. Si tratta tuttavia della banalità propria di quelle cose che ognuno è disposto a riconoscere ma pochi a fare. In un’Italia che va alla deriva per l’inconsistenza dei suoi governanti e per l’ignavia del suo popolo, forse gioverà ricordare che solo l’unione delle persone capaci ed oneste potrà salvare questo Paese dalla definitiva rovina. Se costoro si rifiuteranno di partecipare alla sua ricostruzione morale e materiale, saranno doppiamente colpevoli della rovina che altri, nei passati decenni, ci hanno preparato:

colpevoli una prima volta, quando hanno permesso alla feccia dei barattieri la scalata al potere e colpevoli una seconda volta, quando voltano le spalle al vento di rinnovamento che sta spirando oggi nella società civile e nelle aule parlamentari e che ha disperato bisogno del loro sostegno.

Non si tratta di moralismo, di dividere i buoni dai cattivi, perché nessuno di noi è mai completamente buono o completamente cattivo. Si tratta di comprendere e mettere in pratica una semplice, banale verità: se ognuno di noi facesse sempre il proprio dovere, in ogni circostanza della vita sociale, con trasparenza e lealtà; se ognuno agisse sempre rispettando la massima “non fare ad altri ciò che non vorresti fosse fatto a te”, vivremmo tutti molto meglio, anche i furbi che, venendo meno ai loro doveri sociali, credono di trarne un vantaggio duraturo per sé e per la discendenza. Si tratterebbe insomma, nientedimeno, di realizzare un sogno che ha attraversato i secoli: la riduzione dei politicanti a vantaggio dei politici.

Politicante è colui che considera la politica come mezzo per soddisfare le proprie ambizioni, a differenza del politico che invece subordina il tornaconto personale al bene della comunità ed al rispetto delle buone leggi, dimostrando all’occorrenza anche di sapersi sacrificare. Mandela per esempio era un politico, la stragrande maggioranza dei nostri reggitori sono invece dei politicanti. L’Italia è stata sempre terreno fertile per i politicanti e assai duro per i politici. Il che deriva, credo, da alcuni vizi profondamente radicati nel popolo e di cui difficilmente ci libereremo. Al politicante infatti non vanno tutte le colpe, anzi, si potrebbe addirittura dire che il politicante è il degno rappresentante di un popolo vile, pronto a criticare tutto e tutti ma ritroso quando si tratti di compiere i propri doveri di cittadinanza. Infatti, tra i vizi peggiori del nostro popolo troviamo l’ignavia, cioè il menefreghismo. Calamandrei lo raccontava con la barzelletta dell’ emigrante imbarcato per le Americhe il quale, alla notizia che la nave stava affondando, rispose: «Che m’importa! Non è mica mia».
L’ignoranza è un altro male, ma non fraintendetemi, non parlo dell’ignoranza di chi non è andato a scuola: l’ignoranza vera, incurabile, è quella di chi non vuole imparare, di chi non riconosce i propri limiti perché crede di non averli, di chi usa gli altri come mezzi per i suoi scopi personali. Questo tipo di ignoranza si chiama anche presunzione e arroganza, e non riguarda solo chi non ha studiato ma anche (ed in questi è più grave) chi lo ha fatto. Difficilmente sentirete qualcuno ammettere: «su questo argomento non so cosa dire, non lo conosco abbastanza», oppure: «di fronte a questo problema non saprei indicare una soluzione, bisognerebbe rifletterci più a lungo, valutare molte cose».
Altro grande vizio dell’italiano medio è quello di assolversi sempre e comunque, salvo gettare addosso a qualcun altro la responsabilità di tutti i mali presenti e futuri: la colpa insomma è sempre degli altri, mai la nostra. E più si è cattivi, più si grida di esser vittime. Questo gioco spregevole dello scaricabarile lo si vede tutti i giorni nella realtà quotidiana e in televisione, dove i nostri politicanti fanno a gara ad accusarsi a vicenda delle malefatte da essi stessi commesse: è sempre qualcun altro ad aver rubato, qualcun altro che ha devastato il territorio, qualcun altro che ha sottratto il futuro alle giovani generazioni, qualcun altro che ha svenduto l’Italia. Poi alcuni cittadini si svegliano e riescono a fare il miracolo di mandare in Parlamento una schiera di persone oneste e battagliere, che prima cacciano quei pochi tra loro che credevano di fare i furbi e poi smascherano i politicanti di lungo corso, i quali, come era prevedibile, non trovano di meglio da fare che allearsi per gettar loro addosso la colpa del disastro attuale. E allora comincia il gioco sporco della calunnia, miracolo di spudoratezza: come se l’assassino accusasse la vittima di omicidio o il ladro incolpasse il derubato! Ma anche qui essi non fanno altro che rispecchiare i vizi peggiori del popolo, tra cui infine voglio sottolineare quello che si riassume nel motto ironico «armiamoci e partite». Chi esprime un voto di protesta, per esempio, potrebbe essere tentato di pensare che, una volta messa la scheda nell’urna, dove nessuno lo vede, il suo compito sia finito. Ma chi pensa in questi termini non prende sul serio la sua qualifica di “cittadino”, che pure la Costituzione gli riconosce.

Il cittadino vero è quello che non si limita a mettere la scheda nell’urna per poi lavarsene le mani. Il vero cittadino è chiamato ad esercitare i suoi diritti ed i suoi doveri, e questi non si limitano all’atto anonimo del voto, ma riguardano ogni singolo momento della sua vita sociale. Purtroppo la mentalità in base alla quale è meglio che sia qualcun altro a togliermi le castagne dal fuoco, piuttosto che io a scottarmi le dita, è dura a morire. Quell’ “armiamoci e partite” è dunque un altro grosso limite della nostra italica mentalità , limite che fa sorgere il sospetto che il voto di protesta non sia del tutto sincero, come non è sincero chi critica ma non muove un dito per fare in modo che il mondo diventi un poco migliore di come è. Si tratterebbe poi di capire se la protesta nasca da un sentimento sincero di indignazione o semplicemente dal fatto che Tizio ha perso, in virtù della crisi, quelle comodità di cui godeva prima. Si tratterebbe di capire se Caio ce l’ha con la “casta” perché gli ha impedito di fare i suoi piccoli affari o non ha mantenuto quanto aveva promesso, oppure se egli è veramente stanco ed arrabbiato che la sua rettitudine gli sia quasi di impaccio in un Paese dove l’illegalità imperversa. Si tratterebbe di capire se la protesta di Sempronio venga da uno spirito di sguaiata violenza distruttiva o se invece si radica nella volontà di costruire un paese legale per un nuovo Rinascimento, che si basi sul rispetto delle regole, sulla cultura e sulla solidarietà sociale. Sarebbe infine desiderabile che tutte le persone capaci ed oneste di questo Paese trovassero la forza di uscire dalla loro sfera privata, di vincere la diffidenza e di unirsi affinché i politicanti di ogni risma trovino sempre meno spazio fino a scomparire del tutto e si realizzasse finalmente il sogno di una vera politica, quella che un filosofo vissuto più di duemila anni fa definiva come “l’ arte di vivere insieme nella città”, in armonia e concordia, con rispetto e giustizia.


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