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L’apparente irrilevanza del debito: perché silenziare il macigno che grava sul futuro dell’Italia?

ROMA - Il giorno dopo, (THE DAY AFTER, come sarebbe meglio dire), mi metto a fare i miei due conti «della serva» sui primi risultati di queste elezioni politiche: l’aumento di 100 punti base dello spread immediatamente registrato al giorno “0” e che rischia di produrre maggiori interessi sul debito pubblico italiano (che è di 2000 miliardi di euro) per 3 miliardi di euro il primo anno, e poi a salire nel caso che il trend non venga rapidamente invertito.
Nell’arco di vent’anni, il peso di un tale aumento sui conti dello Stato aumenterebbe fino a 20 miliardi l’anno a parità di tutte le altre altre condizioni!

Ma come, non si volevano ridurre i costi dello Stato?
Una delle proposte qualificanti di chi ha vinto è infatti quella di dimezzare lo stipendio dei parlamentari, di tagliare cioè sui costi della politica. Completiamoli, allora, questi conti della serva!
I parlamentari sono circa mille. Ipotizziamo che ciascuno di essi guadagni oggi 20.000 euro al mese (abbondiamo pure): AZZERANDO per assurdo il loro stipendio, potremmo  ottenere un risparmio teorico di 240 milioni di euro.
Una cifra analoga si potrebbe ottenere ottenere azzerando il finanziamento pubblico ai partiti, o meglio: il «rimborso delle spese elettorali», come viene chiamato oggi(*).

Questo vuol dire che il costo dell’ingovernabilità è già oggi pari a oltre 10 volte quello complessivo al risparmio ottenibile dimezzando gli stipendi dei parlamentari e azzerando il contributo ai partiti. E poiché è un processo si auto-alimenta (gli interessi sul debito generano altro debito, la sfiducia genera altra sfiducia) tende facilmente a uscire fuori dalla possibilità di controllo.

In altre parole: per recuperare il controvalore economico di quello che abbiamo perso in credibilità internazionale nell’arco di poche ore dopo l’annuncio dell’esito delle elezioni italiane (3 miliardi di euro l’anno) dovremmo non già dimezzare lo stipendio dei parlamentari, ma radere al suolo l’equivalente di 10 Parlamenti.

Invertendo i fattori, dovremmo riconoscere alle politiche rigoriste di Monti di averci fatto risparmiare una somma pari allo stipendio di 10.000 parlamentari (DIECIMILA!) in minori costi di finanziamento del debito conseguendo la riduzione dello spread da quota 450 a quota 250 punti base, con un risparmio nel lungo periodo di svariate decine di miliardi di euro l’anno.

Numeri che possono sembrare impressionanti, ancora più perché pressoché assenti dal dibattito politico della recente campagna elettorale.

E questo senza voler considerare come un aumento dello spread non comporta solo maggiori oneri improduttivi per lo Stato (e per inciso maggiori rendite per chi ha capitali da investire pagate con le tasse sui ceti produttivi), ma anche a carico di ogni singola impresa che opera in Italia: contribuisce infatti a rendere più costoso e meno competitivo l’intero sistema produttivo del paese, spingendo alla fuga imprese e capitali, nonché a destabilizzare il sistema bancario, con le conseguenze sulle persone e sulle famiglie che sono sotto gli occhi di tutti.

Certo, come ai tempi di Manzoni, è più facile gridare agli untori e lanciare la folla contro nemici più o meno immaginari piuttosto che sforzarsi di individuare il nucleo dei problemi e dare risposte a quelli. Del resto, sarebbe illusorio pensare che il carattere di una nazione possa cambiare da un giorno all’altro.

Nell’immagine che illustra questo articolo ho cercato di schematizzare visivamente la totale asimmetria dei valori in discussione, perché mi rendo conto che non è semplice misurarsi con numeri tanto alti da apparire del tutto astratti.
Il diametro dei cerchi rossi in figura è proporzionale al «peso» delle cifre in ballo per ogni voce. Quali siano i valori in campo diventa evidente: eppure tutta l’attenzione sembra incentrata sul quel puntino che rappresenta i costi della politica.

Mi chiedo allora: chi continua a puntare tutta l’attenzione SOLO sulla necessità di ridurre i costi della politica dimostra di avere una visione realistica dei problemi? È in buona fede nel farlo? Ha da mettere sul tavolo proposte concretamente utili per il paese?
E quale impatto avrebbero queste proposte sui numeri di cui stiamo parlando?
Chi si propone di governare un paese, dopo aver espresso la propria giustificata indignazione per la corruzione e l’incapacità altrui, dovrebbe essere in grado di offrire delle risposte convincenti e pragmatiche a questi problemi.

È utile perciò tener presente che mentre ci accaloriamo per aspetti simbolicamente rilevanti, ma certo non essenziali per l’effettiva riduzione delle voci in uscita del bilancio dello Stato, stiamo inconsapevolmente perdendone di vista altri, letteralmente 10 volte più pesanti, di cui prima o poi saremo chiamati a rispondere come cittadini italiani.
Se non avremo la capacità di affrontare questo nodo, dovremo presto misurarci con ulteriori (insostenibili) aumenti delle tasse, o con altri tagli sui servizi, o con l’uscita dall’euro e una paurosa svalutazione valutaria, con le conseguenze economiche, sociali e politiche che sono facilmente immaginabili.

Anche da questo dovremmo valutare la credibilità dei nostri rappresentanti politici, chiedendo a ciascuno di loro comportamenti adeguati alla reale misura dei problemi che abbiamo di fronte, e soprattutto utili a risolverli.

È stucchevole, e costituisce una loro grave responsabilità politica, che le due coalizioni che questi temi li avevano ben chiari abbiano utilizzato la campagna elettorale per beccarsi reciprocamente anziché cercare di spiegarli con maggior chiarezza agli elettori e costruire su questa consapevolezza una piattaforma condivisa, che accanto alle necessarie politiche di risanamento ipotizzassero delle strategie per il rilancio economico del Paese.
Tra i troppi litiganti, nessuno può godere.




(*)-> Un inciso: ridurre il finanziamento ai partiti (comunque denominato) è condivisibile al pari della riduzione dello stipendio dei parlamentari, ma la sua totale abrogazione è una proposta che risponde all’esigenza della pancia degli elettori, ma a nessuna logica razionale.
In tutto il mondo democratico esistono, per evidenti ragioni che esulano dal ragionamento fatto in questa sede, forme di finanziamento dei partiti politici.

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