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Anagni, la città dello "schiaffo" rimane attonita dopo l'arresto di Franco Fiorito

ANAGNI - La città dei Papi, degli schiaffi era stata teatro. Ma ancora mai oggetto.

Di sberle ne prende a ripetizione, invece, da un pò di giorni. E fanno un male cane. Le notizie infatti si inseguono vorticosamente sull'inchiesta, sul capo d'accusa, sui comportamenti e, ora, persino sul carcere toccati ad un "figlio" di questa terra, Franco Fiorito.

Un ragazzone spavaldo e loquace che quando divenne sindaco nel 2001 promise il municipio come "casa di tutti". Una casa da cui lui per primo, per ambizioni politiche personali decise di andarsene, dando le dimissioni per candidarsi alle regionali, dopo essere già diventato dopo due anni consigliere provinciale di AN.

Il giovane cresciuto nella destra anagnina e romana, nella militanza politica nel MSI che all'epoca poteva essere una sorta di "mosca bianca", e che come candidato sindaco doveva rappresentare un azzardo e nulla più, divenne presto, grazie al "Berlusconismo" di questi anni, il rampante scalatore di posizioni che lo ha portato al Consiglio regionale del Lazio, addirittura come capogruppo del PdL.

Un'ascesa meritata perché nulla è stato fatto da Francone senza i voti, le tessere, il consenso.

Di elezione in elezione, di congresso in congresso. Di faida in faida. Sempre vittorioso, sempre combattivo, spesso impunito, mai scoraggiato.

Ed oggi in tanti rinnegano di avergli dato voti e consenso per tanto tempo. Eppure è stato proprio così. Forse a quelli, la sberla è arrivata più forte che mai, sentendosi traditi e per questo spaesati. Confortati dall'unica giustificazione morale dell'aver votato Franco che suona pressapoco così: "Ma tanto sò tutti uguali".

Ma lo schiaffo di questi giorni concitati per Anagni, è doppio per chi l'ha combattutto politicamente fin dalla prima ora, guardando le mosse assurde di un sindaco che per elevare il nome della città spendeva fior di soldi per feste patronali, eventi, auguri natalizi, kermesse turistico-culturali, viaggi di rappresentanza, di cui i giornali ora danno ampi dettagli. Per uno che già consigliere regionale di opposizione si fece comunque nominare, dal sindaco Carlo Noto, City manager.

Oggi tutti si chiedono se gli anagnini non si fossero mai accorti di nulla, se Fiorito gliel'abbia fatta davvero sotto il naso. Troppo tardi. Era qualche anno fa che occorreva domandarsi dove arrivassero le disponibilità di un uomo che ha sempre fatto, per sé e i suoi sodali, campagne elettorali e iniziative faraoniche. E invece nulla.

Ma da un figlio della tua terra, che anche la pensi diversamente da te, speri di non essere mai tradito. E poi in questo modo.

Oggi Anagni assaltata dai giornalisti e dalle televisioni, attraversata dalle auto della Guardia di Finanza che controllano case, conti e fedelissimi di Francone, è come una città le cui mura sono state abbattute. Caduta nelle mani dei nemici è preda di saccheggio, sapendo che il "Generalissimo" è stato il primo a tradire. E da tempo.

"Amo la mia città" recitava un suo slogan appiccicato dappertutto durante una delle sue campagne elettorali...

Stamattina il mercato cittadino sembrava silente. Gente di fretta, sguardi fugaci, mezze parole. Un volantino del circolo anagnino del PD ricordava a Francone che i giochi sono finiti: "Game Over". Nulla più.

Eppure siamo la città nella quale forse si chiude la seconda Repubblica. Dalla quale ha preso le mosse Fiorito, il simbolo della politica locale e regionale avida e sprecona. Dal cui caso ri-prende le mosse un dibattito nazionale e parlamentare sulle norme anticorruzione del nostro paese. Da cui partono inchieste che dal consiglio regionale del Lazio travolgono i potentati regionali di tutta Italia. Una città simbolo forse alla pari della Milano di Mario Chiesa ai tempi di Mani pulite.

La città è stordita, vorrebbe dimenticare. Fa ancora fatica a credere che stia accadendo.  La gente non parla facilmente di quel che è successo né al bar, in strada, tanto meno con i giornalisti. Vedere il più ingombrante (non solo per la stazza) concittadino degli ultimi anni rinchiuso in una cella da solo a Regina Coeli (foto a dx) non fa bene a nessun anagnino. Pensare che colui al quale spesso ci si è rivolti per un aiuto, che si è invocato come benefattore, che si è combattutto come nemico, accusato di manovrare i fili del teatrino della politica anagnina sia impotente dietro le sbarre lascia tutti frastornati.

Ora però la partita politica di Fiorito, quella sì, è conclusa davvero. Resta invece in piedi, seppur barcollante, una città eticamente e politicamente distrutta, atterrata, rasa al suolo. Dalle cui macerie soltanto si può ricominciare a costruire. Magari pensando finalmente che la cosa pubblica non è per forza legata ai destini (e alle ricchezze) di una persona sola. Ma ad un progetto di popolo.

Mai più un altro Fiorito, né ad Anagni, né altrove. Mai più schiaffi.

 

 

 

 

 

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