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il giornalino di Acuto - Frosinone

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La zona grigia

Sample ImageACUTO - Nell'articolo del 6 Aprile scorso avevo abbozzato due definizioni opposte della politica ed avevo infine auspicato, a livello locale, una specie di conciliazione di questi opposti nella concordia per il bene comune. Il discorso veniva sviluppato da un punto di vista esterno ai meccanismi concreti della politica nazionale e locale. Oggi vorrei proporre ai lettori (e a me stesso) una riflessione che parte da un punto di vista interno ai quei meccanismi, ma in ciò vi sarebbe ancor più bisogno del contributo del politico esperto, di colui cioè che all'interno di quei meccanismi c'è stato e c'è ed essi ha agito. Ragionerò dunque come uno che si mette nei panni del politico ma il cui discorso, non essendo egli tale, ha bisogno di essere arricchito, corroborato, corretto o smentito dal politico, con esempi pratici o argomentazioni tratte dalla sua diretta esperienza.
Lo spunto me lo offrirà una conversazione avuta qualche giorno fa, nella quale, ad un certo punto, con una semplice ma pregnante metafora, è emersa una definizione di una politica vista " dall'interno": la politica sarebbe un che di grigio che evita  sia l'estremo del nero che quello del bianco.
Dunque la politica vera, la pratica politica quotidiana, è sostanzialmente una pratica del compromesso in cui, a buon bisogno, si ricorre anche alla forza (forza dl numero, del denaro, della propaganda). Il politico autentico  non sarebbe dunque né l'idealista disposto a qualunque sacrificio in nome del bene comune, nè il trafficone corrotto e immorale dalla mente luciferina che trama indefessamente per fare il suo interesse privato e rovinare l'avversario. Egli sarebbe invece uno che ha più o meno gli stessi vizi e le stesse virtù dell'uomo comune, con in più un particolare talento a tessere e mantenere relazioni sociali utili, una volontà di potenza un pò più sviluppata, un carattere abbastanza forte per sostenere lo stress delle situazioni conflittuali in cui si viene a trovare, una intelligenza pratica che gli suggerisce la migliore condotta da seguire per ottenere il successo. 
In molte cose il politico rispecchia la mentalità dell'uomo medio e cerca di farsene interprete: avendone i vizi e le virtù, capisce il modo di entrare nelle sue grazie, di farselo amico o complice, di ottenerne il consenso.
Il politico deve sapere come ricompensare il suo elettore, come conquistarsene altri. Egli sa anche che l'uomo è corruttibile e che quasi tutti hanno un prezzo e dunque  deve agire realisticamente, tenendo presenti gli uomini come sono, non come dovrebbero essere.
E se molti vogliono essere ingannati, il politico dovrà essere capace di ingannarli, quando attraverso l'inganno, egli ottenga il suo scopo.  Et a me è parso più utile andar dietro alla verità effettuale delle cose che non alla immaginazione di esse. Con queste parole Niccolò Macchiavelli, cinquecento anni fa, voleva intendere, credo, che la politica non si la comprende con le categorie morali del bene e del male, del gusto e dell'ingiusto ma con l'osservazione disincantata dei fatti, e che gli scopi  della politica travalicano quelle categorie ed appartengono invece all'ambito ben più concreto della lotta per la supremazia, dove il più forte vince e il più debole soccombe o deve accordarsi  al carro del vincitore, se non vuole grane.
Qualcuno, credo Montesquieu, sosteneva che ogni popolo ha il governo che si merita. In effetti, se la classe politica di un paese è l'espressione del suo popolo, non può che rispecchiarne i vizi e le virtù: se noi italiani in generale scarseggiamo di senso civico, come possiamo pretendere che i politici ne abbiamo più di coloro che rappresenatano? Se tendiamo a pensare che, fatto l'interese nostro e delle nostre famiglie, il resto può anche andare in malora, come possimo richiedere ai politici una condotta più lungimirante?
La zona grigia in cui consisterebbe l'attività politica reale, quella che Macchiavelli chiama, "verità effettuale", sarebbe allora la zona dove la morale è subordinata alla lotta per il potere, dove il bene e il male si mischiano a tal punto che ogni giudizio morale che separa forzatamente il bene e il male sembra astratto ed inopportuno, e corre il rischio di essere avvertito come "moralistico", e dunque non meno ipocrita dell'ipocrisia strumentale del potere, se ad esso non segue l'azione.
Ma l'azione morale è la più difficile di tutte, quella che non ammette compromessi, quella che (in circostanze eccezionali) può pretendere anche l'estremo sacrificio. Ora, chi di noi sarebbe capace dall'estremo sacrificio? Con questa domanda, che prelude a un altro tipo di riflessione, chiudo il ragionamento e chiedo di nuovo l'interventio e l'aiuto dei volenterosi, ed in particolare dei politici esperti, nel correggere ed integrare il discorso.

Ultimo aggiornamento Giovedì 07 Ottobre 2010 22:57

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