ACUTO - Vorrei sottoporre all’attenzione dei lettori alcune considerazioni secche e disadorne sul tema della politica con le quali cercherò di dar conto, nel modo più semplice che mi riesca, di alcuni dati di esperienza. Partendo dall’ipotesi che il bene comune sia il fine della politica, ne consegue che i politici devono agire concordemente allo scopo di realizzarlo. Ma i politici non agiscono concordemente per realizzare il bene comune. Dunque il bene comune non è il fine della politica. Esempio: l’acqua pubblica è un bene comune. Dunque i politici devono operare concordemente per evitare che venga privatizzata. Infatti un bene comune non è più comune se diventa privato. Privatizzare un bene comune significa trasformarlo in una merce. Ma la merce appartiene a qualcuno che la vende per ricavarne un profitto, non per realizzare l’interesse generale.
Un altro esempio riguarda il piano ormai quasi ventennale di impoverire e dequalificare progressivamente la scuola pubblica, perseguito coerentemente, sia pur con diversa incisività, tanto dai governi di centro-destra quanto da quelli di centro-sinistra, in palese violazione degli articoli 33 e 34 della Costituzione.
Così, mentre la scuola pubblica vede ridursi di anno in anno i fondi accordati dallo Stato al punto che molte scuole si trovano già nelle condizioni di dover chiedere un “contributo volontario” ai genitori per mandare avanti la baracca, assistiamo contemporaneamente al paradosso della crescita abnorme di finanziamenti pubblici alla scuola privata. Insomma anche qui la sostanza della questione è che si sottrae al pubblico per dare al privato, e non c’è retorica che tenga. Perciò, se i politici non operano concordemente per difendere l’acqua pubblica, la scuola pubblica ecc., o non sono politici o la politica non ha come fine il bene comune ma l’interesse privato, e noi siamo partiti da una premessa sbagliata riguardo al fine della politica. Daremo allora quest’altra definizione: il fine della politica è, in primo luogo, l’interesse privato e solo marginalmente e come “residuo di lavorazione” il bene comune.
Ma poiché sugli interessi privati si scatenano sempre le più grandi rivalità e lotte, ne consegue che i politici non agiscono mai concordemente ma tendono ad aggregarsi in partiti o coalizioni contrapposte in continua lotta tra loro e dietro cui opera il vero movente dell’interesse privato.
Diremo allora che la prima definizione della politica, secondo la quale il suo fine è il bene comune, è una definizione ideale e generalmente smentita dai fatti.
La seconda è invece una definizione assai realistica, ma costantemente negata dai politici, i quali, per ragioni evidenti, devono sviluppare la “virtù” dell’ipocrisia al massimo grado. Concludo il ragionamento con una considerazione ottimistica: più la politica scende a livello locale, maggiore è la possibilità che essa si realizzi secondo la prima definizione. A livello locale infatti il politico non è l’immagine finta creata dello spettacolo televisivo ma una persona in carne ed ossa che non può nascondersi nella lontananza irraggiungibile di una costruzione propagandistica. E, d’altra parte, il cittadino non è uno spettatore passivo dei giochi di potere, ma uno che può partecipare effettivamente ed in maniera incisiva (come ha dimostrato, mi sembra, il comitato “Fare luce” su una questione di grande importanza per il paese).
E’ proprio a livello locale perciò che la politica potrebbe recuperare quello che a livello nazionale ed internazionale non ha forse mai posseduto, e cioè il suo senso ideale ed approssimarsi alla concreta realizzazione del bene pubblico. E’ il paese ed il territorio il luogo in cui i politici locali possono considerare secondarie le appartenenze ai rispettivi partiti rispetto alla concordia delle parti, attraverso la quale l’utopia del bene comune potrebbe effettivamente smettere di essere un’utopia.
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