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Lo spauracchio dello spread

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ACUTO - Una tranquilla passeggiata su internet riguardo alle voci “debito pubblico” e “spread” sarebbe già di per sé sufficiente ad ottenerne la definizione  e, ancor più, a darci un’idea delle tesi contrapposte che fioriscono sull’argomento. Non c’è bisogno insomma di essere esperti di economia politica o di scienza delle finanze per afferrare il concetto generale. Tenterò qui di fare un ragionamento scaturito dalla lettura dell’interessante articolo di Nino Piras apparso su ilgiornalino.net qualche giorno fa, avente ad oggetto proprio la delicatissima questione dello spread.

L’espressione “debito pubblico” si compone di due paroline che tutti intendono e sulle quali sembrerebbe inutile ragionare. Ma inutile non è. Vediamo perché.
“Debito” è una somma che io devo a qualcuno che me l’ha prestata in precedenza. Dunque un debito non esiste se ad esso non corrisponde un credito. “Pubblico” è aggettivo che si contrappone a “privato” e che designa un bene comune. Così lo Stato, in quanto res publica,  è un bene comune ma il computer sul quale sto scrivendo è un bene privato. Il debito pubblico è perciò un debito comune a noi tutti. Ma se pubblico è il debito, pubblico sarà anche il credito che corrisponde a questo debito. Ognuno di noi dunque, in quanto cittadino italiano avente gli stessi identici diritti e doveri di ogni altro cittadino italiano, sarebbe contemporaneamente titolare della stessa  quota di debito pubblico e di credito pubblico, il che evidentemente è assurdo.

L’assurdità consiste nel fatto che l’espressione “debito pubblico” è sbagliata e anzi fuorviante. Infatti le imposte e le tasse che i cittadini pagano per “onorare” gli interessi sul debito “pubblico” non sono affatto pubbliche, ma costituiscono una parte delle energie private che ognuno di noi spende sul luogo di lavoro: è la mia privata forza lavoro, forza dei miei muscoli e della mia intelligenza, è il tempo mio privato che impiego alla catena di montaggio o in un ufficio o a scuola dietro una cattedra, è questo tempo di lavoro che produce, insieme ai mezzi della mia sussistenza, anche le cosiddette “trattenute”, cioè quel flusso di denaro destinato  ai servizi pubblici e  al pagamento degli interessi sul debito “pubblico”.

E a chi vengono pagati questi interessi? Evidentemente a chi ha acquistato “titoli del debito pubblico” (p.es. i Buoni Ordinari del Tesoro). A chi cioè vanta un credito corrispondente al debito pubblico. Per accertarvi che un tal credito non sia “pubblico” non avete che da chiedere al possessore di B.O.T. di farvi godere una parte dei suoi titoli, in quanto titoli pubblici, appartenenti a tutti. La risposta che otterrete sarà la prova inequivocabile del carattere assolutamente “privato” di quel credito che ingenuamente avevamo pensato essere pubblico al pari del debito corrispondente.  Completiamo il ragionamento con qualche corollario: il debito grava sulle spalle di tutti quelli che, volenti o nolenti,  pagano le tasse fino all’ultimo centesimo mentre gli evasori fiscali (piccoli e grandi) non lo pagano. Questi stessi evasori fiscali tuttavia, se acquistano i BOT , sono titolari di crediti privati e possono farsi un bel po’ di quattrini. Può darsi bene il caso che un modesto lavoratore privo di  BOT  paghi privatamente a chi, evasore fiscale, si limita a riscuotere il credito.

Nel medioevo funzionava esattamente così: non solo il contadino doveva lavorare sul suo campo per sfamare la famiglia, ma doveva faticare anche gratis sulla terra del padrone per consentirgli di vivere tra i lussi e le agiatezze che i tempi permettevano. Ora passi pure il piccolo risparmiatore, che da una parte paga le tasse e dall’altra cerca di pareggiare il conto o ridurre le perdite comprando qualche BOT; ma quando ad acquistare titoli di Stato sono grossi speculatori, banche o colossi finanziari stranieri, il sospetto che il “debito pubblico” possa essere un istituto sempre più medievale e sempre meno keynesiano diventa più che un semplice sospetto.

Svelato l’inganno delle parole, e mostrato come il debito pubblico non esista affatto, ma esistono invece una miriade di crediti e di debiti privati, dove molti pagano pur non essendosi indebitati con nessuno e pochi ricevono pur non avendo mai lavorato o non vantando meriti particolari, passiamo adesso alla questione dello “spread”, di cui abbiamo cominciato a sentir parlare solo da pochi anni e per la cui efficace spiegazione rimando al bell’articolo di Nino Piras. Lo spread non è niente di più che un ricatto di stampo mafioso e Piras ha ragione quando invoca il realismo, ma purtroppo è lo stesso realismo che induce il malcapitato a cedere la borsa se non vuol perdere la vita. Sul web circola un simpatico acronimo dello spread, che sarebbe uno Strumento Per Ricattare gli Europei ed Annullare i Diritti.

Mi piace in chiusura di articolo citare Sant’Agostino, il quale riporta l’arguta risposta che un pirata catturato da Alessandro Magno diede all’imperatore che gli chiedeva corrucciato perché mai infestasse i mari con i suoi ladroni. Il pirata rispose pressappoco così: “io faccio in piccolo quello che tu fai in grande. Solo per questo io vengo chiamato ladro e tu imperatore”.


Ultimo aggiornamento Domenica 03 Marzo 2013 06:49

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