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Feste patronali, dal Governo una proposta preudo-razionale: «Abrogarle per rilanciare il PIL»

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ROMA - La proposta è ormai nota, perché già approvata negli ultimi mesi del governo Berlusconi e poi ritirata per l’accoglienza ampiamente negativa del provvedimento da parte di molte realtà locali profondamente legate alla tradizione del santo patrono. Si tratta dell’accorpamento di queste feste con la domenica precedente o successiva, per “recuperare” giorni feriali e far crescere il PIL, allo scopo dichiarato di favorire il rilancio dell’economia. Si parla perciò di una “razionalizzazione” delle festività, rivelando con l’uso di questo termine l’autoreferenzialità ideologica dei tecnici al governo, cui evidentemente manca la sensibilità culturale di comprendere che le festività, religiose o civili che siano, costituiscono uno dei momenti fondamentali di auto-celebrazione delle società.
In particolare, i santi patronali sono il principale momento identitario delle mille italie locali di cui il nostro paese è costituito “ab immemorabili”: da tempi immemorabili. Feste che raccolgono eredità culturali cristiane e, in molti casi, pre-cristiane, derivando direttamente da antichissimi riti pagani, che in molti casi interpretano l’identità più profonda delle comunità locali, e che oggi si vogliono pertanto smantellare come inutili residualità del passato.
Il tutto nel nome di una razionalità che impone il rilancio del PIL anche attraverso l’aumento delle ore lavorate, così come la negazione di ogni specificità della cultura locale di fronte alle esigenze, grandi e piccole, del mercato globalizzato. È chiaro che da questo punto di vista questi continui e localistici ammutinamenti dal lavoro, per quanto piccoli, costituiscono un boicottaggio incomprensibile e ormai intollerabile alle esigenze dell’economia.
Così come è chiaro che la battaglia è persa in partenza: se anche il governo Monti dovesse accodarsi a Berlusconi e rinunciare in questo momento al provvedimento, ne arriverà prima o poi un altro, tecnico o politico che sia, pronto a ricalcare le iniziative precedenti fino a riuscire a far prevalere la “razionalità” dell’accorpamento (o abrogazione, che dir si voglia).
In fondo, questa sostituzione dei nuovi dei agli antichi è la naturale conseguenza di un lungo processo che nell’arco di un paio di secoli ha spostato il baricentro delle nostre società dall’adorazione di un dio trascendente a quella di un dio immanente nelle leggi del mercato, rispetto alle quali ogni sacrificio è dovuto o, meglio, “razionale”.
Col mutamento delle strutture connettive che fungono da collante della società, i santi di ieri sono usciti sconfitti rispetto alla progressiva sacralizzazione del PIL dei giorni nostri.
È così diventato razionale santificare l’aumento delle ore lavorate da parte di chi è inserito nei meccanismi lavorativi, relegando ai margini delle cerimonie il dramma vivo e crescente delle sacche di disoccupazione e sottoccupazione. Ex-lavoratori, giovani disoccupati o “esodati” che potendo, presterebbero volentieri il proprio contributo alla crescita, sono invece “razionalmente” esclusi dalla partecipazione al gioco economico (e di conseguenza, in qualche misura, alla stessa società) nel nome di altre forme di “razionalizzazione” dell’economia: quelle dei ridimensionamenti strategici, delle delocalizzazioni, delle esternalizzazioni.
Ma cosa sono queste razionalità che si escludono a vicenda se non i sintomi di una schizofrenia ideologica e sociale che, lungi dal poter rappresentare la soluzione alla crisi di questi anni, ne rappresenta piuttosto l’essenza? Queste contraddizioni manifestano la parzialità dell’approccio teoretico e l’assoluta inadeguatezza degli strumenti con cui, come società, ci accingiamo ad affrontare una crisi che non è solo economica.
«A coloro che vuole sconfiggere, Dio fa perdere il senno», affermavano i Greci. E se questo può accadere è proprio perché, fino a un attimo prima di rendersi conto del contrario, chi si perde è sempre lanciatissimo su quella che è convinto essere la “retta via”: e che in genere corrisponde a quella dell’ortodossia ideologica del momento.

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