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Fiuggi, apre sabato all'Officina la personale di Vittorio Brabante, curata dal prof. Stella

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altFIUGGI - Continuano le esposizioni di successo all’Officina della Memoria e dell’Immagine.

La prossima è la personale di pittura del pittore siciliano,nato a Vittoria(RG),Arturo Barbante,intitolata:"Topografie del presente,opere dal 2007 al 2014”,dal giorno 8 al 29 marzo 2014. Mostra patrocinata dal Comune di Fiuggi,promossa da Acqua & Terme Fiuggi e curata dal prof. Giovanni Stella.

In una nota intitolata "Dall’avere all’essere",il curatore della mostra,così presenta l'artista Arturo Barbante: “Davanti alle opere di Arturo Barbante il primo impulso è quello di dichiararne la contiguità con l’arte pop americana degli anni ’60. Claes Oldemburg e Andy Warhol sono i primi nomi che vengono in mente, soprattutto per le opere che hanno per oggetto il cibo, le bottiglie, le pietanze, le scarpe. E, per la verità, se si fa riferimento soltanto al dato oggettivo delle cose rappresentate il richiamo è, direi, obbligato e inevitabile nella pagina di un critico militante, avvezzo a stabilire appartenenze e disporre catalogazioni.

Ma, chiudere il nostro in questo recinto sarebbe una deminutio. E’ altro il recinto antropologico e filosofico di appartenenza. Barbante viene dalla terra di Gorgia da Lentini, dalla Magna Grecia, e Kamarina, “abitata dopo molta fatica”(Strabone), è lì, a ridosso dell’Ippari, come faro, sul mare della nostra giovinezza, sua e mia.

Questo dato geografico e biografico è alla base del felice “tradimento”, che Barbante opera in “danno” della creatura americana. Oldemburg e Warhol sono figli di una civiltà segnata dall’egemonia di un pensiero totalitario, che tutto assoggetta alla necessità utilitaristica di espansione indefinita di bisogni e consumi, funzionale alla produzione industriale, indirizzo che va sotto il nome di consumismo, di cui oggi scontiamo le conseguenze. Per questo Le immagini della pop americana hanno l’impersonale, fredda “bellezza”plastificata della pubblicità, che mira a sottrarre pensiero, perché il suo fine è il condizionamento, la massificazione: il contrario dell’esercizio del pensare, che è manifestazione della singolarità. C’è nell’arte pop americana una resa incondizionata all’esistente. Il mondo è questo: il mare di beni da possedere - ci dicono gli artisti pop d’oltreoceano.

Da qui il colore freddo, la staticità e la serialità della loro rappresentazione.

In Barbante la pittura non è filiazione della visione mercantile. L’artista ibleo ha, sì, attinto a un certo immaginario, comune alla pop, ma per affermare un diverso sentimento, un diverso assunto.

Stoviglie, bicchieri, bottiglie, pani, piatti con cibo fumante sono lì, sulla tavola imbandita, come componenti di un rito antico, a un tempo sacro e profano, generato dal culto della convivialità, dal sentimento di religioso rispetto del cibo , vissuto dalle generazioni non toccate dalla devastazione antropologica consumista, non come proiezione o esibizione di uno status sociale imposto, ma come esito, dono e benedizione della fatica dell’uomo. La tavola imbandita è nella mente del nostro un momento della socialità e del riposo, del reciproco riconoscimento di chi può dire, a sera: “Ö soir, aimable soir, désiré par celui /dont les bras, sans mentir, peuvent dire: aujourd’hui/ Nous avons travaillé! C’est le soir qui soulage…”(Beaudelaire).

Il cibo delle opere di Barbante non è il cibo plastificato del fast food. Il suo è un cibo succulento, mediterraneo, colorato, profumato, il cibo di Omero, di Ulisse, di Penelope prima d’esser preda dei Proci, di Laerte e della nutrice, della convivialità, della civiltà dell’accoglienza e dell’ascolto dell’altro, nel segno del comune destino, della centralità dell’uomo misura di tutte le cose. Gli stessi avanzi di un banchetto, una tantum sovrabbondante, sulla tavola in disordine sono lì a evidenza, non della civiltà dello spreco, quanto di una trasgressione salutare, compensativa dopo giorni e ore di fatica e patimento. E anche le scarpe sportive, che pure figurano nelle sue tele, unico segno di un benessere sopravvenuto, sono le scarpe, usate, della deambulazione tra gli uomini, della “rêverie” nella natura, non dell’apparenza, dell’esibizione dell’avere, della serialità pop.

Ma, la narrazione di Barbante abbraccia anche altre situazioni e altre figure della quotidianità, che vivono nella sua memoria e si proiettano nel presente: il vincitore di un palio della civiltà contadina,i giocatori di carte impegnati nella strategia del gioco, in omaggio a Cézanne, i bagnanti nella spiaggia assolata, gli atleti agili e scattanti, e i diseredati della terra, gli ultimi del consorzio umano, portati dalle onde del mare ibleo e oggetto della sua pietas. Questa materia umana non fa parte del campionario pop perché non si presta alla narrazione impersonale di quegli artisti americani, cui si vuol fare riferimento.

A sostegno, infine, di questa lettura dell’opera di Barbante, narratore avveduto e vigoroso in virtù del suo retroterra culturale, sta il suo segno scattante e rapido, manifestazione di una personale partecipazione umorale alla materia del suo racconto, insieme con un uso del colore carico di energia eruttiva e dinamismo: elementi, questi, che fanno di Barbante un pittore della realtà, non realista”.

La mostra verrà inaugurata sabato 8 marzo alle 17,30 e rimarrà aperta fino al 29 marzo 2014. Visitabile nei seguenti orari:9,30-12,30/15,30-18,00(chiuso la domenica mattina).

Ultimo aggiornamento Martedì 04 Marzo 2014 13:42

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