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Il documento conteso - Racconto storico di Giulio de Stefani

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Quell’inverno freddo e piovoso, non lo  aveva distolto a  cercare ad ogni costo la strada per raggiungere il monastero. Lui era divenuto monaco  benedettino nell’anno 1224 a soli 26 anni. Veniva da una famiglia benestante con proprietà intorno ad Urbino, il richiamo di quiete e pace che alcuni frati predicavano   fecero breccia dentro di se. Lasciò ogni avere, dovette fuggire dalle guerre continue tra Perugia, Siena  ed  Assisi, litigiose tra di loro per imporre la propria supremazia; egli nauseato da  guerre e sangue, si allontano  verso il nord del paese.

Continuò i suoi studi e divenne apprezzato conoscitore e teologo, tanto che fu invitato a  risolvere un intrigato caso scoppiato presso la  Certosa di Trisulti, affidata nell’anno 1204 ai monaci  cistercensi; dall’allora Papa Innocenzo III. La sua capacita di muoversi nel risolvere intrigati e complessi problemi, legati a dispute tra il papato e le città stato, come lo erano Firenze e Siena a quei tempi,  fecero di lui un saggio ed   eloquente maestro di vita e insegnamento. Entrò nell’ordine dei benedettini, dopo essere ritornato dalla quinta crociata in terra santa (1217/1221). Il suo valore di paladino della fede; anche se molto giovane, non tardò ad essere notato, ma disgustato da alcuni avvenimenti e atrocità perpetrate dai crociati nei confronti di bambini e donne musulmane inermi; marcarono il suo carattere. Tornato in patria presso Urbino, trovo difficoltà a vivere la vita da ricco e spensierato possidente; pur  se le sue condizioni economiche erano tranquille, egli era cambiato e più disponibile verso i poveri. Aveva sentito parlare durante la crociata in terra santa di un certo frate “Francesco” che ebbe colloquio con il sultano e predicava la pace tra i popoli.  

Torquato  il suo nome di battesimo, cambiato in seguito nel prendere i voti, in: ”Fernando da  Urbino”. A lui fu affidato il mandato, per la controversia che si stava creando all’interno della Certosa di S. Antimo antica abbazia che edifico  Carlo Magno nel 781, il quale ritornando da Roma con il suo esercito  seguendo la via tracciata dai Longobardi che poi in seguito divenne via “Francigena“ voluta dai Franchi e utilizzata dai tanti pellegrini  che giungevano a Roma.
Padre Fernando da Urbino arrivò in pieno inverno nei pressi dell’abbazia, la neve aveva cancellato ogni traccia e a stenti riusciva ad avanzare. Aiutato da una persona  del luogo, il quale gli forni cibo e vestiti appropriati e, si offri di accompagnarlo sino alla Valle Starcia; dove sorgeva questo monastero nei pressi di Montalcino. Da lontano si scorgeva il campanile, la maestosa facciata gotica e le imponenti mura del complesso. Nell’avvicinarsi al monastero il suo aiutante lo esortò ha lasciarlo andare in quanto non voleva essere coinvolto a ritorsioni per l’aiuto offerto al viandante poco gradito dagli abitanti del posto che parteggiavano per Siena e contro Firenze. Ringraziò il suo accompagnatore anzi,  diede a lui  alcuni denari per l’aiuto ricevuto.    Egli sapeva benissimo quali difficoltà l’attendevano, motivato da responsabilità affidategli voleva riportare tranquillità e serenità di convivenza in quel posto. La sua presenza in quel monastero era legata e dovuta all’impegno di   ritrovare l’antichissimo documento, ciò   rendeva difficile il suo compito. Si vociferava intorno a oscure vicende e racconti, che venivano tramandati da più di un secolo. Tutto ebbe seguito nel ritorno in patria di alcuni soldati che parteciparono alla prima crociata. Per sentito dire ebbero modo di trovare un raro documento, legato alle decisioni di Ponzio  Pilato (governatore della Giudea dall’anno 24 al 36  d.C) nel condannare Gesù di Nazareth; sembra che la stessa moglie del governatore romano, fosse attratta dalle parole di quest’ultimo. Fonti storiche narrano che  Ponzio Pilato al suo rientro a Roma fu ucciso e la moglie si convertì al cristianesimo. 

Questo raro documento per secoli nascosto nei vari villaggi della Giudea,  venne venduto  per pochi denari alle truppe crociate, arrivate a Gerusalemme per scacciare gli infedeli. In seguito con astuta furbizia, i vari padroni di questi eserciti nel razziare il tutto portarono con se ritornando a casa, anche quel testo scritto in aramaico antico su papiro.  Una icona preziosa difficile da nascondere e soprattutto da conservare in luoghi sicuri. L’arrivo di padre Fernando da Urbino, venne  dato per scontato dalla comunità dei monaci, ma  non imminente, causa le avverse condizioni di tempo.  Qualcuno dalla foresteria osservò l’avvicinarsi di una persona che lentamente e sempre più affaticato cercava di guadagnare strada nella neve. Avvisato l’abate,  tutti i monaci del convento si prepararono nel ricevere l’ospite. Il suo ingresso nel cortile esterno fu annunciato con alcuni rintocchi dalla grossa campana dell’alto campanile adiacente alla maestosa ed imponente chiesa del monastero. Erano tanti giorni che in quel luogo non arrivavano visite e rifornimenti, la causa  il tempo inclemente. Accolto con riverenza e rispetto,   diedero  all’ospite, un alloggio per asciugarsi e mettersi a proprio agio. Il mattino seguente dopo i convenevoli saluti con tutto l’organico del monastero, padre Fernando da Urbino, ebbe un primo contatto con l’abate: un certo padre Tarcisio. Il confronto durò  poche ore e, della conversazione tra i due non ne usci mai parola, poi senza batter ciglio, prese la strada della  biblioteca dove erano raccolti migliaia di testi antichi scritti su pergamena  e veniva fatta opera di rilegatura di essi. Scambiò qualche frase con alcuni monaci  addetti a copiare e rilegare testi sacri di immenso valore ( talmente certosino era l’impegno di attenzione e pazienza)   ebbe una prima impressione del tutto serena del modo di vivere dentro quelle mura. Lui era venuto per saperne di più e non poteva fermarsi a scrutare e indagare senza cavarne un ragno dal buco, la sua missione andava ponderata attentamente e aveva necessita di entrare nell’intimo con qualcuno che poteva assicurargli ciò che lui cercava e lì tenevano gelosamente custodito. Per oltre un   secolo,  questa notizia del documento fu talmente e gelosamente taciuta che per anni se ne persero le tracce. Quasi per caso, intorno al 1210 un addetto alla biblioteca di Firenze, la quale  raccoglieva migliaia e migliaia di testi  e manoscritti fece l’ inaspettata scoperta di sapere che un documento rarissimo era stato trafugato dalla Terra Santa e rientrato con una parte dell’esercito di crociati Senesi e Fiorentini. L’ appartenenza di questo manoscritto non fu messa mai in discussione, ma  nel momento in cui le due città per motivi di commercio e supremazia, andarono alle armi: la scoperta, divenne una vera e propria  rivendicazione e,  motivo di orgoglio nel ripretendere e accaparrarsi  l’antico documento.

La missione di padre Fernando, presentava enormi difficoltà  muoversi comportava; nel  non fare errori. Trascorsero diversi giorni, forse un mese, nel monastero  ogni tanto arrivavano dei carri con rifornimento di viveri e altre cose necessarie. Padre Fernando, partecipava attivamente alla vita monastica scandita da preghiere e silenzio, mentre cercava di capire quali potevano essere i punti deboli per arrivare alla soluzione e riuscita del compito affidatogli. Lui affermato teologo e con laurea  in filosofia,  doti da   oratore eccellente si intratteneva spesso in complesse discussioni e  direttive provenienti da Roma. Ebbe una sensazione di non trovare tra gli stessi  monaci: un consenso unanime, anche se i monaci  erano votati all’obbedienza assoluta. Questa era la traccia che secondo la sua intuizione gli avrebbe garantito il successo ed il ritrovamento del documento. Contare su un dissenso  tra  coloro che  si schieravano con una fazione o con un'altra, era importante avrebbe dato delle tracce sicure. Una mattina mentre passeggiava all’interno del chiostro, avendo tra le mani un testo  di preghiere, noto uno strano movimento che lo incuriosì... due  monaci con fare sospetto, portavano un cofanetto di piccole dimensioni e tentarono  frettolosamente di raggiungere i sotterranei del monastero. Fu meravigliato perché  il fare non era normale, voleva capirne il motivo. Lasciò che entrassero nei sotterranei e accortosi che uno di essi rimaneva dietro per capire se qualcuno osservava i loro movimenti  ed essere seguiti, giocò di anticipo. Fece il vago e poi quando anche il secondo monaco, entro nei sotterranei,  chiuse alle loro spalle la piccola porticina in ferro  mettendoli in trappola. Inizialmente  non un fiato da parte di nessuno di loro due,  poi piccoli bisbigli e lamenti per far notare la loro presenza nei sotterranei.
Presi in trappola coloro che li avrebbero liberati quantomeno avrebbero chiesto delle spiegazioni e il perché  della loro presenza in quel posto: «mai visitato da nessuno, salvo rare eccezioni»;  solo con la consapevolezza di tutti. Pochi conoscevano il meccanismo  per accedere ai sotterranei dell’abbazia. Essi venivano usati per nascondere cose preziose, testi antichi e altri cimeli che avevano bisogno di essere custoditi in modo sicuro. L’accesso ai sotterranei, come citato prima, era impossibile,  avevano come sistema di sicurezza alcuni meccanismi ed ingranaggi da ruotare, pochi erano a conoscenza di queste combinazioni.  Mentre padre Fernando cercava di far ruotare la chiave nella serratura di un altro scatto, si udirono alcuni rintocchi di campana provenienti dal campanile esterno adiacente al monastero. Preso dall’incertezza del fare e di come muoversi in quel momento, pensando di essere scoperto, (dove non avrebbe dovuto essere per  poi dare spiegazioni) ritenne giusto riposizionare e girare la chiave come inizialmente  e allontanarsi. Raggiunse senza esser visto il breve porticato che portava verso  l’esterno dove erano i giardini e il lungo viale del monastero. Trascorsero diversi mesi di quell’anno 1226, Fernando da Urbino, passava le sue giornate a contemplare riflettere e consultare i tanti libri della vastissima biblioteca, ma seguendo anche lui l’obbedienza e  l’esempio benedettino: ”ORA ET LABORA” si rendeva disponibile anche per umili lavori all’interno del monastero. Passarono altri mesi di calma assoluta, la vita dentro il monastero trascorreva lentamente e di tanto intanto arrivavano notizie di malattie e peste che decimavano le popolazioni, costrette a fuggire verso piccoli borghi e ricoveri di fortuna nelle vaste campagne e colline toscane. Ad essi si aggiungevano uomini e donne colpiti dalla lebbra che vagabondavano per trovare cibo e modo di curarsi. Alcuni gruppi di famiglie intere, fuggite dalle guerre e da devastazioni vivacchiavano vicino all’abbazia,  vivendo di piccoli lavori e cibandosi di quel poco che potevano rimediare. C’era timore all’interno del monastero, esso……… era dovuto al sol pensiero che qualche untore avesse potuto infiltrarsi e creare il panico allargando la diffusione della lebbra. Questi vagabondi, che senza meta gironzolavano per le campagne, erano fatti oggetto di rifiuto e allontanati dai centri abitati. Sostavano in alloggi di fortuna e controllati con preoccupazione, avvolte venivano messi  in quarantena forzata per evitare  il contagio: in vecchi casali e grotte abbandonate.

Il grande portone del monastero si apriva solo se si conosceva la persona,  oppure dopo aver preso le dovute precauzioni. Il mese di ottobre era ormai alla fine, attraverso alcuni viandanti che ogni tanto arrivavano al monastero per rifocillarsi, si ricevevano notizie di eventi e cose accadute nelle città sempre in lite tra di loro, ma…….una notizia non tardo ad arrivare come un fulmine a ciel sereno. Presso le vicinanze di Assisi, il capo carismatico di quei fraticelli chiamato “Francesco” era morto!!!!!
La notizia fu confermata da alcuni soldati di ventura al soldo di nobili famiglie di Assisi. Il 3 ottobre 1226 presso la piccola chiesetta fuori Assisi, si era spento colui che avrebbe modificato  e lasciato traccia del suo insegnamento ad intere generazioni nei secoli. Chiaramente il tragico evento e la morte di Francesco,  lasciarono turbato assai padre Fernando da Urbino, il quale avendone sentito parlare durante il suo periodo di crociato in Terra Santa.  Le sue gesta misero dei punti fermi in quei luoghi dove visse Gesù, tanto da ottenere la riconosciuta  presenza francescana nel Sacro Sepolcro per il resto dei secoli. Riconobbe che quel fraticello senza spada e armi aveva ottenuto e preteso con la sua umiltà un riconoscimento importante. Padre Fernando da Urbino, capì che era il momento di verificare se la sua missione poteva avere una qualche possibilità di successo. Alcuni giorni dopo la notizia che lo aveva letteralmente disorientato, arrivando in  biblioteca, sostò nella  sala lettura,  interessato alla verifica di alcune cose, intuì  attraverso un bisbiglio tra monaci, che in una cella vicino alla biblioteca, stanziava un monaco molto anziano e malato, traballante sulle gambe e reso quasi cieco da una malattia. Viveva isolato ma la sua intelligenza e le conoscenze venivano da anni trascritte su documenti per poi essere verificati e averne prova di tutto. Egli esperto conoscitore di sacre scritture e antichi e vecchissimi manoscritti sapeva dare risposte quasi ad ogni cosa. Fece il possibile  per conoscere quest’uomo isolatosi da anni,  custode di tanti  misteri che accesero il lui  un lume di speranza. Doveva nella maniera più assoluta, entrare in contatto con quel monaco, capirne di più per dare una svolta alla sua missione. Chi era in contatto giornaliero con questo monaco, era un certo: padre Luigi da Spoleto, pregiatissimo e apprezzato scrivano, rilegatore di vecchi documenti, instancabile e  certosino nel suo lavoro tanto che raccoglieva le confidenze del monaco, trascrivendole su pergamene. Pensò che non fosse stato difficile avvicinare  padre Luigi, in quanto assai   abitudinario e preciso, scandiva le sue giornate  sempre facendo le stesse cose. Durante la notte escogitò un piano per entrare in contatto con questo confratello. Doveva avvenire nelle prime ore del mattino, tutti insieme, richiamati dai rintocchi della campanella venivano invitati a raggiungere la grande ed immensa chiesa dell’abbazia, per la messa mattutina e  prima di iniziare qualsiasi lavoro della giornata.

La svolta avvenne inaspettata, padre Luigi si doveva assentare per qualche tempo dal monastero, di lui si conoscevano la bravura e l’attenzione che metteva al suo lavoro di rilegatore nel ritrascrivere su nuove pergamene importanti documenti per averne copie identiche.   La morte del poverello d’Assisi,  mise fine a contrasti con i vicini, per belligeranti contese di terre e palazzi;  tanto che contribuirono insieme con gli Assisiati  ad edificare in tempo brevissimo una basilica in onore di Francesco. Padre Luigi, per le sue capacita descritte, era stato indicato come colui che avrebbe raccolto le tante preghiere e canti che in vita avevano fatto la grandezza del poverello d’Assisi. Era giunta la vera occasione di farsi avanti per padre Fernando da Urbino, fornì prova di accollarsi e trascrivere oltre al lavoro della biblioteca  anche di aiutare il monaco  sconosciuto a lui, ma... importante per venire a capo dell’enigma. Fattosi coraggio, mise a disposizione la sua persona, per il nuovo lavoro e compito da svolgere. Dopo qualche giorno fece la conoscenza con il misterioso confratello e ne ebbe in cambio la stima di esso. Passarono altri mesi e la vicinanza giornaliera con questo monaco lo affascinava, il suo entusiasmo era alle stelle perché veramente era entrato, a contatto con un enciclopedia  del sapere  e il fatto avveniva senza mostrare alcun timore anche se egli era alquanto preparato. Con il tempo, padre Fernando, mostrò sempre più la sua intenzione di capire quel segreto, per cui  era li in missione. Le attenzioni e il tempo  che dedicava verso padre Rubino, (forse chiamato cosi per il suo sapere e  vasto intelletto) lo facevano sentire felice e ripagato nell’animo.
Ascoltava in silenzio i fatti, che nei secoli trasformarono la storia della Chiesa e le lotte che famiglie ricchissime facevano per imporre sul trono di Pietro il loro referente, per avere pregi e onori e su tutto protezioni con appoggio di eserciti di altri stati o città. Finche un giorno nel dialogare parlarono di un prezioso documento ritrovato dalla prima crociata  che avvenne nell’anno 1095/1102 - ai comandi di Goffredo di Buglione,  detta: “crociata dei nobili”  chiamata  cosi,  da papa Urbano II  per liberare Gerusalemme dagli infedeli. 

Questo documento rarissimo e attendibile era l’orgoglio di chi aveva messo a rischio la propria vita per liberare Gerusalemme e confermava:  «avvenimenti di allora» che portarono il governatore romano Ponzio Pilato  a consegnare Gesù i Nazareth, ai farisei e sommi sacerdoti; per essere crocifisso. Ebbe un sussulto padre Fernando da Urbino ma ….non poteva far trasparire la sua emozione per non creare in padre  Rubino anche se quasi alla cecità ma attento nell’avvertire mutamenti repentini di voce. Il monaco descrisse alla perfezione per conto di chi questo documento giaceva nel monastero di S. Antimo e perché  doveva restare segreto. Le lotte tra citta rivali, a vvolte, nascevano per futili motivi  legate a faide familiari che appoggiavano gli Svevi da una parte e Ottone IV  dall’altra.  Anche la rottura di un fidanzamento tra nobili famiglie fu la causa che decreto l’astio e l’inizio dei  pessimi rapporti  tra  fazioni opposte, ovvero: Guelfi e Ghibellini intorno all’anno 1214- 1216 disputa che perdurò sino agli inizi del 1400. Dovette fuggire  da Firenze negli anni successivi intorno al 1300, anche lo stesso Dante Alighieri simpatizzante dei Guelfi Bianchi.

Queste scaramucce o piccoli screzi  tra   famiglie nobili, crearono non pochi problemi per le tante opere d’arte e oggetti preziosi tanto che dovettero essere poste in luoghi inaccessibili e nascosti ad occhi indiscreti. L’imperatore Federico II, parlava correttamente sei lingue e niente sfuggiva alla sua attenzione se lui non volesse.  Le città come: Firenze, Pisa, Perugia, Siena,   che avevano a quei tempi un ruolo importante e strategico volevano mantenere per se le operi d’arte e custodire nei propri forzieri valori inestimabili di documenti e pergamene antiche. Il racconto del monaco padre Rubino, s' interruppe allorquando, ad una precisa e inequivocabile domanda di padre Fernando da Urbino, egli fosse stato  chiamato a dare precise e attendibili risposte. Il monaco indispettito non riusciva a capire come questo confratello venuto da fuori aveva  dettagliate informazioni su quella antica pergamena, e poi ……..cosa aveva spinto padre Fernando a venire presso il monastero di S.Antimo ?  Chi era il suo mandante o quale nobile famiglia interloquiva, per il recupero di tale documento e per conto di chi svolgeva missione?  Calò un silenzio tombale tra i due e,  nessuno di essi, ebbe modo di riavviare la discussione interrottasi bruscamente. Padre Fernando dopo poco, guadagno l’uscita della cella del monaco, pensò: “forse la mia sete di sapere e conoscere la verità è stata troppo accelerata e turbativa». Doveva recuperare terreno e rientrare nella fiducia del confratello, altrimenti il suo mandato si sarebbe concluso lì.
A giorni avvenire le condizioni dell’anziano monaco peggiorò, tanto che si rifiutava di mangiare e sempre febbricitante avvolte delirava dicendo frasi sconnesse abbinate a dei numeri strani. Padre Fernando, gli stette vicino per tutto il tempo, prendendosi cura e aiutandolo a riabilitarsi. Ci vollero diversi mesi  prima che il monaco, debilitato e affaticato da febbri continue; tornasse alla  quasi normalità. Nel periodo che padre Fernando curò il  confratello standogli sempre vicino e offrendogli il suo aiuto, aveva preso appunti su alcune frasi e numeri che il monaco pronunciava spesso mentre delirava. La cosa poteva tornargli utile solo se ci fossero stati dei riscontri, ma doveva aspettare  almeno la parziale guarigione del monaco e riavviare quel dialogo interrotto bruscamente. Forse aveva la soluzione  per risolvere il dilemma e quelle parole e numeri delirati,  potevano essere la chiave. Arrivò la primavera dell’anno 1227  e poi l’estate;  tante le cose che accaddero. Fece visita presso l’abbazia un gruppo di templari  adoperatosi nelle varie crociate inizialmente come protezione dei pellegrini , poi nel corso degli anni  successivi,  come  attenti  paladini, estremi  difensori dei segreti e tesori  della chiesa. Il monaco tempo prima,  aveva parlato a padre Fernando di questi gruppi militarizzati voluti a difesa delle persone, chiese e, tempi sacri, ma rispondevano solo ed esclusivamente agli ordini del Papa.  Essi avevano anche il compito di mantenere inaccessibile e segreto  le località dove venivano portate le cose di valore,  ritrovate nelle varie conquiste e battaglie presso i luoghi santi. Il primo pensiero di padre Fernando nel vedere questo gruppo di templari che per giorni sostarono all’interno del monastero in un’ala messa a loro disposizione,  andò  immediatamente a convergere su la missione a cui era stato chiamato ed ebbe come una stizza, nel pensare solo per un momento che quei uomini avrebbero in qualche maniera mandato in fumo  la sua ricerca  e portato via quel prezioso e inestimabile documento. Doveva capire per quale motivo erano venuti, il  perché   di questa loro visita presso il monastero di S.Antimo.  I templari si muovevano all’interno del monastero, come se fossero vissuti da sempre in quel posto e non provavano alcun timore di essere osservati nelle cose che facevano. Ogni uno di loro sembrava che avesse un compito preciso e spesso trovavano il modo di chiudersi dentro  uno stanzone dove erano riposti gli attrezzi da lavoro per i giardini e gli orti del monastero. Quando erano in riunione, mettevano sempre uno di loro davanti alla porta per controllare che quello che avevano da dirsi non trapelasse fuori. Per giorni rovistarono tutto il monastero e si vedeva che erano in cerca di qualcosa d'importante di cui loro erano a conoscenza. Padre Fernando ripensò a quando mesi  prima,  i due monaci  scesero nei sotterranei dell’abbazia, portando in mano quel  piccolo cofanetto. Come potevano sapere che di lì a qualche mese, il monastero avrebbe ricevuto la visita improvvisa dei templari? Chi c’era  all’interno o nelle vicinanze della struttura che forniva anticipatamente notizie di  arrivi inaspettati?   I  suoi contatti con  padre Rubino erano ripresi in modo più che normale, tanto che  il monaco ebbe a riconoscere con amore e  gratitudine l’interesse che padre Fernando aveva messo nell’aiutare il confratello a ristabilirsi e tornare a stare benino di salute. Il monaco chiese il motivo  della presenza dei templari e da quanto tempo erano lì.   Avute le risposte che aspettava non trasparì nel suo volto una che ben minima mossa. Il tempo trascorreva lentamente e in un caldo pomeriggio di quasi fine estate; di quell’anno 1227. Prima della preghiera del vespro, per i monaci era consuetudine, scambiare qualche opinione e qualcuno volle alludere anche al perdurare della lunga presenza nel monastero di questi uomini (i templari) che continuavano a rovistare spazientiti e demotivati. A un certo punto ci fu un esclamazione di un monaco  che destò l’attenzione di padre Fernando, si seguiva il volo di un piccione che andava a poggiarsi sulla finestra della piccola cella di padre Luigi che mancava dal monastero ormai da tempo. Un’intuizione balenò nella mente di padre Fernando, ricordando di aver osservato una volta, mentre la cella del monaco (padre Luigi) era aperta alcuni escrementi sulla pietra della piccola finestra e aver notato l’arrivo di un colombo. Ecco la prova e il modo di come le notizie arrivavano e partivano. I templari erano li, perché  il monaco aveva avuto contatto con loro tempo prima, dopo che da padre Rubino aveva ricevuto notizia del prezioso documento che giaceva nel monastero. Ecco la spiegazione di tutto e,  ora tutto tornava nei minimi particolari. 
C’era qualcosa che i templari non sapevano: quel manoscritto era stato rimosso e portato prima del loro arrivo nei sotterranei dell’abbazia e solo padre Rubino, avrebbe potuto pensare una cosa del genere, forse l’improvvisa partenza del monaco Luigi aveva destato in lui qualche sospetto ed ecco perché  i due monaci in fretta e furia risposero ai comandi di spostare nei sotterranei l’antico documento. Tutto tornava, ora era solo da capire quando agire e come fare avendo la presenza dei templari ancora  all’interno del monastero, i quali  potevano ostacolare la sua missione. Aveva tutto pronto, ricordò quelle frasi sconnesse e i numeri cifrati che tempo prima,  in delirio e con la febbre padre Rubino pronunciava spesso. Trascorsero altri giorni e l’autunno ormai si ripresentava con nebbie e aria umida e una mattina di buona ora,  osservò dalla sua finestra che i templari andavano via. Dentro di se ne fu felice e avrebbe voluto urlare dalla gioia ma fu un attimo, poi si ricompose. Diede la notizia a padre Rubino e notò per la prima volta sul suo viso una smorfia di sollievo come se avesse voluto dire “vi ho beffato” sono stato più furbo di tutti voi anche se impossibilitato nel muovermi  e quasi cieco. Padre Rubino, aveva intuito che il monaco che per anni era stato al suo fianco come  fedele e partecipativo servitore nel trascrivere i suoi misteri e fatti storici, potesse avere contatti con l’esterno.  Certo era assai avanti con gli anni  quasi centenario , ma…… le sue capacita e memoria erano intatte.   Si presume che la sua data di nascita fosse avvenuta intorno all’anno 1131,  divenne monaco benedettino a soli venticinque  anni.  Passò  i primi anni del suo impegno religioso a studiare e prepararsi per  assumere un ruolo da protagonista, non era invadente,  dopo sedici  anni  per le sue caratteristiche e voglia di saper di tutto e di più, divenne Priore nell’abbazia di Montecassino e vi rimase sino al 1178. Di lui si persero le tracce perché cagionevole di salute, da alcune fonti e date di quell’epoca si seppe  che venne definitivamente spostato nell’abbazia di S.Antimo , vicino Montalcino;  dove rimase sino alla morte avvenuta a 102 anni nell’anno 1233. La sua esperienza acquisita e la sua saggezza erano conosciute. Lo stesso pontefice di Roma, Papa Innocenzo III, volle consultarlo attraverso suoi emissari,  per delle prese di posizioni di massima  importanza   che la Chiesa doveva assumere.  

Era tenuto nella massima considerazione anche all’interno del monastero dove ormai si stava spegnendo definitivamente e veniva quasi venerato  per la sua disponibilità e  per le sue aperte convinzioni al rinnovamento.   Padre Fernando capì che quel monaco  cui lui aveva dato il suo aiuto e lo aveva curato nella lunga malattia e febbri continue, era scattata una prova di  riconoscenza. Un giorno piovoso del mese di novembre l’anziano monaco mentre era raccolto in preghiera, per un attimo  distolse il suo pensiero nel  pregare,  chiese senza tentennamenti al suo fedele confratello, il vero motivo per cui era stato inviato presso quel monastero e chi aveva interesse a recuperare quell’antico documento segregato presso S. Antimo.
Spiazzato per la sfrontatezza della domanda fatta così a bruciapelo,  provò un po’ di imbarazzo a rispondere, ma poi…..anche a padre Fernando conveniva trovare l’uscita a  quella situazione. Non si ritrasse  nel rivelare per conto di chi svolgeva la missione,  però chiese in cambio il modo di accedere nei sotterranei e la giusta combinazione di numeri per far ruotare il meccanismo che avrebbe dato accesso al documento antico. Ebbe da padre Rubino, un accenno di  consenso fatto con il capo e capi che la strada era quella giusta, il mosaico si stava componendo. Ci volle ancora qualche giorno per mettere finire il tutto e doveva fare in fretta, la salute e gli anni di padre Rubino era un elemento da non sottovalutare, bastava poco per rimpantanarsi e perdere tempo prezioso.  La visita dei templari  al monastero non avevano dato speranze a chi doveva avere notizie il quale attendeva inutilmente, fu cosi che durante il mese di dicembre un nobile di famiglia fiorentina apparentato con la famiglia dei Medici, allora emergenti e ricchi banchieri, arrivò a bussare alla porta del monastero, adducendo scuse per pretendere ospitalità. L’Abate non volle rifiutare anche perché grazie alle donazioni di queste ricche famiglie si potevano completare i tanti lavori del monastero e disporre di fondi che necessitavano per mantenere in piedi l’abbazia. Questa improvvisa intrusione del nobile fiorentino al monastero dava a capire che c’era un forte interesse intorno a quel manoscritto e qualcosa nei contatti con qualcuno non era andato secondo i piani. Ora restava da capire se i due monaci entrati nei sotterranei per nascondere il prezioso manoscritto erano anche loro in contatto con l’esterno, oppure avevano obbedito senza discutere a padre Rubino che si fidava ciecamente di loro,  tanto che erano i soli, a sapere le coordinate numeriche  per l’accesso al marchingegno che apriva la combinazione e faceva girare una parete, dietro la quale era nascosto il raro documento antico. La curiosità  del visitatore nel monastero durò pochi giorni e le cattive condizioni del tempo affrettarono il suo ritorno a Firenze. Nel marzo del 1227 fu eletto” Papa Gregorio IX” che succedeva a”  Onorio III ” e molte cose cambiarono forze anche in peggio. La Chiesa tramite il nuovo Papa, volle ristabilire una sua posizione nel mondo che contava di allora, facendo pressione sull’imperatore Federico II  per mantenere fede all’impegno preso precedentemente per una nuova crociata. Le cose non andarono com'era nei patti perché  l’imperatore si ammalò e rinuncio alla crociata per motivi di salute al che, il  Papa lo scomunicò. Queste vicende contrastanti e poche chiare, fecero mancare quell’aiuto ad andare avanti nel ritrovare il documento nell’abbazia di S. Antimo, anche se ormai si era vicini.

Qualche giorno dopo Natale dell’anno 1227,  padre Fernando, ricevette  una comunicazione a sospendere le ricerche perché era venuto a mancare causa avvelenamento da cianuro,  colui che gli aveva affidato la missione; in pratica il suo referente. Poteva sentirsi sollevato da tale impegno e tutto sarebbe tornato alla normalità, ma……. Ormai ad un passo dall’obiettivo volle crederci fino in fondo.  Parlò con padre Rubino degli ultimi avvenimenti e gli chiese se coerentemente valeva la pena recuperare quel manoscritto per doverlo  poi nascondere in un'altra parte, con rischi enormi di perderlo per sempre. La decisione difficile da prendere spettava a lui anche se,  consapevolmente era tanta la voglia e la curiosità di trovarsi tra le mani un testo antico di cui se ne erano perse le tracce da più di un secolo e mezzo. Il vecchio  monaco,  sapeva che i giorni da vivere per lui erano ormai ridotti,   volle dargli un aiuto e ringraziarlo per il corretto comportamento fatto di lealtà e rispetto che padre Fernando aveva mantenuto  nei suoi confronti. Fece cenno,  di chiamare i due confratelli che tempo prima scesero nei sotterranei  di cui il monaco si era sempre fidato ciecamente. Fatto ciò e ottenuto il loro benestare, non rimaneva altro che levarsi questa soddisfazione nell'avere tra le mani  un qualcosa di importante, che decise oltre mille anni prima la crocifissione del Nazareno. La missione doveva rimanere segreta al  resto dei monaci  presenti all’interno del monastero, agire quando si fossero presentate le condizioni di assoluta sicurezza. Nei primi giorni del nuovo anno 1228 una forte bufera di neve impeti  alcuni lavori all’esterno del monastero,  per ovvie ragioni furono sospesi, era il momento propizio per approfittare e simulando di trasportare nei magazzini e ripostigli cose da accantonare, i tre confratelli guadagnarono i sotterranei senza esser visti. I due monaci ormai esperti conoscitori del percorso, si mossero  senza timore alcuno e arrivati alla vecchia porticina aprirono con facilita, le mandate del vecchio catenaccio, ritrovandosi all’interno di un piccolo e stretto cunicolo, uno di essi accese una candela e si mise avanti facendo luce. Percorsero circa dieci metri e  sempre uno dietro l’altro  arrivarono dinanzi una parete,  dove si poteva notare una leva di ferro conficcata in alcuni fori numerati. Ora bisognava senza fare errori conficcare la leva nei fori che presentavano la combinazione numerica e fatta ciò prima che la parete girasse  muovere un marchingegno di alcune lettere “rotor “. Si vide scendere dietro quella porticina, in fondo al cunicolo da cui erano venuti, una grata in ferro  che li avrebbe protetti da eventuali intrusi e messi al sicuro da sguardi indiscreti. Fin qui tutto filo liscio. Tanta era la tensione che padre Fernando, pur essendo una persona dalla quale non trasparivano emozioni sudava copiosamente e, lo stesso effetto, si poteva intuire negli altri due monaci. Aver in mano quel piccolo scrigno contenente un documento rarissimo faceva un certo effetto. Aprirono con delicatezza il coperchio del cofanetto e dentro di esso  il papiro era intatto, avvolto leggermente  fu spiegato e... omparve la scritta in aramaico antico che sentenziava il rifiuto nel salvare quell’Uomo da parte  di Ponzio Pilato, consegnandolo ai sommi sacerdoti per farne ciò che volevano. Sua autenticità era data dal sigillo che in fondo al papiro lo stesso Ponzio Pilato aveva impresso con l’anello personale di   governatore appartenente all’Impero Romano.

Avere tra le mani quel documento,  a padre Fernando,  creò un forte imbarazzo e una situazione di disagio, come se il peso di quella sentenza scritta  che cambio la storia negli anni e nei secoli successivi lo riguardasse direttamente. Il suo interesse e la curiosità  nel visionare il testo, era stato esaudito, era necessario ricomporre il tutto, rimettere il raro documento nel suo scrigno e chiuderlo  dietro la parete girevole. Presto i tre monaci  guadagnarono l’uscita dei sotterranei e,  senza esser visti tornarono ai loro impegni. Il giorno seguente bramava dalla voglia di fare visita al monaco che gli aveva dato l’opportunità di vedere e leggere con i suoi occhi quel documento antichissimo e riservato. Quando entrò nella cella di padre Rubino, non stava in se per la gioia, non riusciva a esprimersi e parlare, ma presto si ricompose e lo ringraziò per tutto l’aiuto e la disponibilità avuta. Gli eventi turbolenti della storia di quel periodo legati da forti richiami  alla morale e all’obbedienza da Papa Gregorio IX turbavano le corti europee che mal sopportavano le ingerenze della Chiesa soprattutto dopo la scomunica dell’imperatore Federico II. Alla fine dell’anno 1228, per sentito dire era in preparazione un'altra crociata verso la terra santa e, con l’inizio della primavera dell’anno successivo questa notizia ebbe conferma proprio dai molti cavalieri  che transitavano presso l’abbazia per rifocillarsi e sostare nei pressi di essa qualche giorno.  Sempre più frequente era la possibilità di veder transitare su carri trainati da cavalli e buoi, intere formazioni militari che portavano di tutto. Papa Gregorio IX, appartenente alla famiglia dell'Ugolino, Conti  di Segni e Anagni, aveva riportato ordine e totale obbedienza sia alla Chiesa che  al Papa, tanto che la stessa scomunica inferta all’imperatore Federico II per il suo parziale abbandono e, lo scampato attentato ordito ai suoi danni dai templari, fu  commissionato dallo stesso Papa per farlo ravvedere. Detto ciò, ……si poté mettere di nuovo in cantiere una spedizione presso la terra santa per riconquistare i territori perduti. Austerità e rigorosità erano i principi voluti da Papa Gregorio IX, non si ammettevano eresie o correnti di pensiero diverso, chi sbagliava era messo a rogo.
Furono istituiti i primi tribunali ecclesiastici chiamati a giudicare in modo inflessibile ogni forma di fanatismo, stregoneria, magie, eresie o quant’altro. La nuova formula legata alla parola “Inquisizione” faceva letteralmente paura. La chiesa di quei tempi dunque, anche dichiarandosi cristiana, si ostinava ad assumere un comportamento contrario alla volontà e agli insegnamenti di quell’Uomo che oltre mille anni prima era stato condannato alla crocefissione. I popoli nordici dell’Europa, importarono in Italia nuovi sistemi di arare e dissodare la terra con un aratro che penetrava molto più profondamente nel terreno e dava raccolti maggiori e armi di ferro molto resistenti. Queste trasformazioni crearono piccoli borghi e villaggi  di gente pacifica lontano dalle città e dalle continue dispute. L’abbazia offriva sempre protezione e molte cose si producevano nei dintorni di essa. Le cose iniziarono a cambiare, ambiziose espansioni della città di Siena sui territori vicini  non tardarono ad arrivare al compromesso anche con l’abbazia di S.Antimo. Il compromesso fece ridimensionare e quasi tornare nell’anonimato questo monastero benedettino. Molti  dei tanti monaci che erano ospitati al suo interno, vennero trasferiti.

Dopo la morte di padre Rubino avvenuta nel maggio 1233, anche padre Fernando fu richiamato per nuovi incarichi presso altri  monasteri. I crociati delusi dalla sesta spedizione in terra santa tornarono nei loro paesi d’origine.  Di quel documento per anni non se ne seppe più niente, ma un testimone oculare alla morte di padre Fernando avvenuta nell’anno 1279 raccolse le sue volontà di mettere al sicuro quel documento ancora giacente nei sotterranei presso l’abbazia di S.Antimo.
Per intercessione di Papa Bonifacio VIII nell’anno 1297, fu posto al sicuro per sempre in una fortezza inaccessibile e superprotetta sino ai giorni nostri. I personaggi che hanno mosso questo racconto sono puramente di fantasia, ma intorno ad essi:  date, luoghi  e avvenimenti storici sono realtà. L’abbazia di S. Antimo nei pressi del comune Montalcino (Siena) raccoglie i resti del santo martirizzato nel 303 d.C, viene visitata ogni anno da migliaia di persone.


Ultimo aggiornamento Mercoledì 28 Agosto 2013 22:47

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