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Acuto, l’importanza della scuola in una lettera del Vescovo Antonio Seneca agli acutini del 1622

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ACUTO - Monsignor Antonio Seneca è stato un personaggio di grande rilievo nella storia di Acuto. Vescovo di Anagni dal 1607 alla morte, avvenuta nel 1626, fu uno stretto collaboratore di San Carlo Borromeo, tra i più noti protagonisti del Concilio di Trento e tra i più attivi promotori della Controriforma cattolica in Italia.
Il vescovo Seneca è anche tra i personaggi che con maggior frequenza vengono citati nella documentazione dell’archivio di Acuto anche secoli dopo la sua morte: questo si deve al fatto che negli anni in cui come Vescovo di Anagni si trovò a governare sul Castello di Acuto non si limitò a gestire le istituzioni che aveva trovato, ma introdusse numerose riforme amministrative in molti campi, creando anche nuove istituzioni per rispondere meglio alle esigenze della popolazione locale. Fu lui a stabilire i confini delle Parrocchie, attribuendo alla cura di ciascuno dei tre parroci la cura delle anime sulla base della residenza nei diversi quartieri, in luogo dell’antica e tradizionale suddivisione per famiglie. Una innovazione apparentemente insignificante, ma che fu la necessaria premessa per rendere possibile una rendicontazione scritta dell’attività dei parroci e per l’istituzione dei registri parrocchiali, resi obbligatori proprio nel corso del Concilio di Trento. È grazie a questa documentazione che possiamo avere delle informazioni complete e senza interruzioni sulle dinamiche demografiche locali proprio a partire dai primi anni del Seicento.
Monsignor Seneca fu molto attento e attivo anche in campo sociale ed economico: fu lui ad istituire anche ad Acuto il Monte Frumentario e il Monte dei Pegni, istituzioni che oggi definiremmo di micro-credito di fondamentale importanza nel consentire ad artigiani, agricoltori e braccianti di poter contare su un supporto economico nei non rari momenti di crisi o di rovescio economico personale o familiare.
In particolare il monte frumentario aveva una funzione essenziale nel preservare e mettere a disposizione dei contadini un certo quantitativo di seme dopo gli anni di cattivo raccolto, il che non aveva solo un valore economico, ma costituiva un sia pur tenue argine alla drammatica e autoalimentata spirale di carestie dagli esiti potenzialmente drammatici per una popolazione costantemente ai limiti della denutrizione e vulnerabile alle non infrequenti epidemie.
Ma non solo lo sviluppo spirituale e materiale era rilevante per il vescovo Seneca: anche l’istruzione dei ragazzi ricopre un ruolo essenziale nell’assicurare la formazione della persona. Nella lettera che pubblichiamo di seguito, conservata nell’archivio comunale di Acuto, egli stigmatizza il comportamento delle autorità amministrative locali, che nel tentativo di risparmiare il più possibile sui costi dell’insegnamento si proponevano di ridurre lo stipendio del maestro di scuola, adducendo a giustificazione della scelta il fatto che comunque gli scolari non erano molto interessati agli studi, e non valeva pertanto la pena di adoperarsi troppo per cercare di istruirli.
Completamente diverso il punto di vista del vescovo, che enfatizza le difficoltà materiali in cui si svolge l’attività degli studenti, stipati in una stanza piccola e fredda che fa da aula, e soprattutto attribuisce la poca voglia di studiare dei ragazzi alla poca stima di cui gode il maestro e in generale dell’insegnamento:


«Carissimi

Il maestro di scuola si è duoluto più volte appresso di me dell’habitatione datali, che sia cattiva, e poco sana; così anco dil luogo, dove si tiene scuola, il quale ho visto io: et oltre che è incapace, et non hà camino, è pessima stantia si per lui, come per i scolari.
E quel popolo mostra amare poco le lettere, che mi dispiace grandemente: sarà dunque officio vostro di trovarli stantia più commoda e pensare ancora alla comodità dei scolari.
Che il maestro usi qualche termine di impatientia procede forse dalla poca stima, che si tiene di lui, e dil ministerio di insegnare, et se li scolari si mostrano onerti, et se ritirano dallo studio, questo avviene perché vidono che il popolo ha poco gusto di tenere il maestro, et non è buona raggione di governo alligare che i scolari non ci vanno volentieri.
Cercate di dargli qualche sodisfatione nelle comodità necissarie, che egli ancora caminarà con buoni termini nell’esigere la sua mercede, che è quanto mi occorre dire in risposta della vostra ultima lettera, avertendone che non è espediente di privarse di questi agiuto necissario, né io posso senza offesa consentirvi, et Dio vi benedica.

7 febbraio 1622

Mons. Antonio Seneca Vescovo di Anagni»


(illustrazione di Fabrizio Perinelli).

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