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I premi per l’uccisione dei Lupi nella documentazione ottocentesca dell’archivio di Acuto

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ACUTO  - L’ultimo episodio di uccisione di un lupo ad Acuto è molto recente: nell’aprile del 2005 un esemplare è stato rivenuto avvelenato e successivamente impiccato ad un albero con un coltello conficcato nel collo, e un cartello che ammoniva: «Chi di spada ferisce, di spada perisce». Testimonianza concreta del difficile rapporto che continua a esistere tra gli allevatori e il predatore, nonostante sia ormai radicalmente cambiata la considerazione che del lupo hanno cittadini e istituzioni,

dalla antica diffidenza e paura fino alla recente inclusione di questa specie nel novero di quelle protette (1971).
Il risultato delle azioni di tutela è che oggi le popolazioni sono in leggero ma costante aumento e si è tornati saltuariamente ad avvistare il lupo anche in zone in cui è forte la presenza dell’uomo, come testimoniano le fotografie che abbiamo pubblicato lo scorso anno.

La paura collettiva del lupo
Se oggi si fanno sforzi nel tentativo di aumentare il numero degli esemplari e l’estensione dell’habitat, storicamente l’approccio delle autorità e delle popolazioni era molto differente. La presenza del lupo era vissuta con preoccupazione per l’incolumità delle persone, e soprattutto come concreta fonte di pericolo per il bestiame che costituiva il capitale e una fonte di reddito di fondamentale importanza per gli allevatori, ma anche per l’intera società che beneficiava dei prodotti alimentari e tessili direttamente e indirettamente derivati dell’allevamento. La perdita di un numero anche limitato di capi costituiva una calamità contro cui era opportuno prendere le opportune cautele e contromisure.
L’usanza tradizionale era quella di festeggiare collettivamente l’uccisione di un lupo: il cacciatore esibiva il trofeo in tutti i paesi del circondario ottenendo così in premio consistenti regalie da parte soprattutto degli allevatori, che si sdebitavano per l’eliminazione del pericolo consegnando ciascuno qualche forma di buon formaggio.
La caccia al lupo non era infatti redditizia di per sé a causa dello scarso valore della pelliccia e della non edibilità delle carni: il valore economico derivava soprattutto dal forte riconoscimento sociale che ne derivava e dai premi in natura che venivano spontaneamente tributati dalle comunità beneficiate.

L’istituzionalizzazione della premialità per l’uccisione dei lupi
Al principio dell’Ottocento queste forme tradizionali vennero codificate dalla Congregazione del Buon Governo dello Stato Pontificio nell’ambito di un quadro normativo che si proponeva l’obiettivo di incentivare l’abbattimento del maggior numero possibile di lupi e rendere così più sicuro l’esercizio della pastorizia.
In base all’editto del 15 novembre 1806 «Del premio, che si accorda agli Uccisori de Lupi», veniva istituita una ricompensa fissa in denaro da finanziarsi ripartendone il costo in parte sulle casse dello Stato, in parte lasciandolo a carico dei proprietari dei bestiami dei territori in cui i lupi siano stati effettivamente uccisi, in ragione del numero di capi di bestiame posseduti da ciascuno di essi.
Il premio consisteva in un ammontare compreso, a seconda del periodo e della tipologia di lupo ucciso, tra i 10 e i 25 scudi: il premio più alto era riservato alle femmine, e poteva essere ulteriormente aumentato nel caso in cui queste fossero gravide. Anche i lupacchiotti catturati nella loro tana meritavano un premio più contenuto: ma considerando che le cucciolate potevano essere anche molto numerose, l’uccisione di sei o sette cuccioli poteva rappresentare una fonte di reddito cospicua per l’epoca (e, d’altro canto, rappresentare una considerevole uscita per le casse della Comunità).
Il premio medio di 15-20 scudi costituiva un fortissimo incentivo alla caccia: basti considerare che 15 scudi rappresentavano lo stipendio di un mese di lavoro di un uomo, equivalendo da questo punto di vista a circa 1500 euro di oggi. Ciò diede vita, nelle località più prossime al confine tra lo Stato Pontificio e il Regno di Napoli, a un curioso fenomeno di «contrabbando» delle carcasse di lupo. Infatti il premio riconosciuto nel «Regno» era di 6-8 ducati, meno della metà rispetto a quello previsto per i sudditi del Pontefice: per questo i cacciatori delle zone di confine erano soliti rivendere i lupi uccisi a quelli dei paesi limitrofi al di là del confine, ottenendo un guadagno maggiore e consentendo agli acquirenti di lucrare comunque qualcosa sul maggior riconoscimento economico.
Ovviamente non erano rari i casi in cui, esibendo la stessa carcassa, si cercava di incassare il premio più volte nei diversi comuni: per questo la legge prevedeva esplicitamente che venisse consegnata la testa integra, cui gli ufficiali del Comune che avrebbe attestato l’uccisione dovevano mozzare le orecchie per impedire l’eventualità di nuove, truffaldine richieste.
Il passaggio dalla premialità spontanea a quella istituzionale determinò così per la prima volta la necessità di produrre una documentazione scritta per certificare l’uccisione del lupo e provvedere alla conseguente colletta per la raccolta del tributo previsto: sono queste le prime testimonianze che restano di un costume certamente molto più antico.

La documentazione degli episodi nell’Archivio di Acuto
Per quanto riguarda il Comune di Acuto, nell’archivio sono presenti tre documenti relativi ad altrettanti episodi di uccisioni, la prima delle quali avvenuta sul territorio comunale, le altre due invece nel Comune di Anticoli (Fiuggi).
In una lettera del Governo Distrettuale di Anagni del 31 luglio 1824, il Governatore ordina al ViceGovernatore di Acuto: «Sussistendo, che Vincenzo Longo abbia ucciso in codesto territorio una Lupa, è mente della S. Congregazione del Buon Governo espressa con dispaccio del 28 della passata Delegazione che da codetti Comunisti gli si paghi il premio di scudi 15, a forma dell’Editto dell’Em. Camerlengo, qual somma dovrà contestualmente ripartirsi sù tutto il bestiame esistente in codesto Territorio per reintegrare la Cassa Comunitativa della suddetta partita improntata ad esso Longo».
Gli altri due casi registrati sono del 1837-38, e si riferiscono ad uccisioni avvenute nel territorio di Anticoli.
Nel primo caso è la Segreteria Generale della Delegazione Apostolica di Frosinone a sollecitare il pagamento della quota spettante alla Comunità di Acuto: «Essendo seguita l’uccisione d’un Lupo nel Territorio d’Anticoli nella notte dei 22 perduto Decembre per opera d’un tal Bernardo Terenzi, deve codesto Comune come confinante contribuire al rimborso di quella Cassa Comunale della metà del premio di già pagato, e la quota tassata è di S 1,50 secondo il ripartimento formato da questa Delegazione».
L’ultimo documento è la copia di una ricevuta del 4 novembre 1838: «Il sig. Gioacchino Necci esattore comunale pagarà alla Cassa Comunale di Anticoli Scudo uno, e bajocchi cinquanta, e per essa al suo legittimo esattore, dovutigli per altrettanti pagati per l’uccisione di un lupo per opera di Biagio Ambrosetti».

Certamente il numero di uccisioni di lupi è molto superiore a quelle di cui ci è rimasta traccia documentale, sia a causa della perdita o distruzione di molti documenti (si tratta di semplici fogli sciolti), sia perché certamente non di tutte le uccisioni è stata tenuta traccia. Ma se ciò rende questo tipo di documentazione inaffidabile per rendicontare attendibilmente in merito alla diffusione del lupo e alla frequenza delle uccisioni nei secoli passati, essa è comunque assai suggestiva rispetto al ribaltamento di sensibilità avvenuta nel corso degli ultimi decenni. Nonostante alcune sopravvivenze dell’antica mentalità che identificava il lupo con un grave pericolo per le persone e per l’economia possano ancora saltuariamente sfociare in episodi di cronaca come quello del 2005, infatti, le mutate condizioni culturali e sociali ci fanno oggi percepire questo grande predatore come il vertice alimentare di un ecosistema fragile e bisognoso di protezione nella sua interezza, da apprezzare, godere e valorizzare nel suo complesso anche come risorsa economica.
In questo però le istituzioni ottocentesche danno l’impressione di essere state più pronte ed efficienti nell’assecondare lo sterminio di quanto siano le attuali nell’assicurare, attraverso gli appropriati monitoraggi e la dovuta celerità nei risarcimenti agli allevatori, la necessaria protezione alle popolazioni di lupi sopravvissuti a secoli di caccia spietata.

Ultimo aggiornamento Giovedì 13 Dicembre 2012 10:23

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