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Anagni si prepara ad un venerdì di passione. Gente in strada anche dai comuni limitrofi per sanità, scuola e lavoro

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altANAGNI – Giornata della “rabbia”. Ecco, se fossimo in un paese mussulmano il Venerdì di domani potrebbe essere intitolato così.

Il popolo, la gente, gli studenti, le famiglie, i comitati, gli esercenti, i sindacalisti, i pensionati domani saranno in piazza per gridare il loro deciso NO alla chiusura dell’Ospedale di Anagni. Si fermerà tutto per un giorno. Non solo.

La giornata sarà caratterizzata anche per la solidarietà degli anagnini e del comprensorio verso gli ex operai Videcolor, che da mercoledì scorso presidiano (foto basso a dx)  il piazzale antistante la Prefettura di Frosinone, per chiedere la proroga della Cassa integrazione e scongiurare la mobilità. E proprio sotto le finestre del Prefetto Soldà terminerà il corteo della città dei Papi per l’Ospedale.

altUna coincidenza che poi tanto casuale non è. Anche perché a Frosinone saranno pure gli studenti che da giorni occupano le scuole superiori della città: il Liceo Dante Alighieri, il Tecnico Marconi e il pedagogico De Magistris. I ragazzi che hanno già invaso la città nei giorni scorsi (foto a sx) chiedono di non cadere faccia a terra sotto i colpi della spending review e dei progetti privatistici per  la scuola che giacciono in Parlamento .

Salute, lavoro, scuola. Se qualcuno ricorda piazze ribollenti per queste tre conquiste faccia un passo avanti. Io credo si debba andare molto indietro nel tempo per averne notizia. Quando ancora non c’era un servizio sanitario nazionale, quando i lavoratori non avevano tutele, quando lo studio non era affatto un diritto di tutti. Poi tutte queste cose sono arrivate.

E invece un trentennio dopo rieccoci qui. Punto e a capo. Le abbiamo di nuovo smarrite senza sapere perché. Si dirà che non ce le siamo sapute mantenere ma questa forse è solo una parte di verità.

Di fatto Anagni e il suo comprensorio stanno perdendo un servizio ospedaliero storico e imprescindibile per molti utenti. Perdono fabbriche e capacità di attrarre investimenti produttivi, se è vero che davvero un sito come quello della ex Videocolor non fa gola a nessuno che abbia seri intenti imprenditoriali. Vedono impoverite le scuole superiori (e non solo) di finanziamenti, didattica, servizi, percorsi formativi che hanno educato molte generazioni, preparandoli ad essere cittadini e lavoratori.

Ora quella gente lì scende in piazza. Domani quel comprensorio, quegli utenti, avranno un volto e un nome. E quando c’è bisogno di ricorrere alla piazza vuol dire che c’è un problema: ed è politico.

Nel senso ampio del termine s’intende. Nel senso nobile. Ma anche in senso specifico.

altIl fallimento della ex Videocolor ha sicuramente ragioni nelle dinamiche economiche internazionali imposte dalla globalizzazione. Rientra probabilmente in una “pigrizia” imprenditoriale che contraddistingue l’Italia rispetto al Nord Europa.

Ma l’accordo che nel 2001 fece passare lo stabilimento di Frattarotonda dal gruppo Thomson alla famiglia Dhoot, non è stato firmato dall’altra parte del mondo, bensì a Roma, in Italia, sotto l’abile regia dei Governi dell’epoca. E anche quelli godevano della stima e del voto della maggioranza degli italiani, degli anagnini, degli acutini, dei pigliesi, degli alatrensi e di tanti altri ciociari che da mamma “Videocolor” hanno tratto linfa vitale, futuro, speranza per le loro famiglie.

E che ora si trovano costretti in piazza, notte e giorno, al freddo e al gelo per sperare che il 5 dicembre prossimo in Regione si dia proroga alla Cassa integrazione, si scongiuri la mobilità, si continui a sperare insomma.

Così come sono ad tre notti al freddo e al gelo, chiusi nelle loro scuole, i loro “figli”, la generazione dei ragazzi delle secondarie superiori che chiedono venga difeso il diritto allo studio e al futuro.

Anche qui. La riduzione della scuola pubblica ad “azienda” con il buon preside di un tempo che è divenuto “dirigente”, gli studenti un “utenza” e il progetto educativo e didattico un’ “offerta”, viene da lontano. Ma l’idea che nei Bilanci pubblici la scuola pesi come un “costo” da tagliare e mai da rilanciare è roba che ha almeno il volto degli ultimi due Governi e dell’ultimo Parlamento. Tutti votati da noi s’intende.

E così è per l’ospedale. La riduzione di posti letto, la chiusura di reparti, il ridimensionamento, il taglio è strategia che dura da tempo. Ma la chiusura quella ha un nome e cognome: Renata Polverini, commissario del Governo Berlusconi per la sanità nel Lazio.

E qui la beffa è ancor più clamorosa, se si pensa che ai tempi delle chiusure di reparti fu il politico più in vista degli ultimi dieci anni della città, Franco Fiorito, ha beneficiare del consenso dei cittadini che avevano visto la possibilità di salvaguardare il loro diritto alla salute affidandosi a Fiorito e a Polverini.

altPer questo lascia perplessi che il sindaco Carlo Noto (foto a sx), che di Fiorito e Polverini fu promoter e da loro fu promosso, pretenda di assurgere ora a difensore dell’ospedale. Sarà deluso anch’egli dalle “sinergie” tanto vantate quanto mancate tra Comune-Regione-Provincia per rilanciare l’Ospedale, visto che si va verso la sua chiusura. E quell’ultimo sussulto di dignità, che gli ha fatto intraprendere lo sciopero della fame giorni fa, crediamo, sia un tentativo di riscatto almeno morale e personale.

Intanto domani qualcuno dal corteo annuncia fischi per Lui e la sua Giunta. Vedremo.

Eh sì, perché di “scioperi” Noto e la sua maggioranza ne hanno fatti ben più di rilevanti quando, ai fini di mantenere il loro potere locale, hanno scelto di incrociare le braccia piuttosto che rimboccarsi le maniche, mettendo sul piatto persino la rinuncia al potere per ottenere l’ospedale ai cittadini.

Scuola, lavoro e salute nel nostro territorio sono state sacrificate sugli altari di interessi superiori. E forse non sapremo mai del tutto la verità.alt

La classe dirigente ha mercanteggiato per troppo tempo su questioni che sarebbero dovute essere “non negoziabili”. E invece eccoci qui, in piazza domani, di nuovo ad alzare la voce, a gridare la rabbia. Proprio come trent’anni fa. Troppo incazzati per non protestare ma troppo poco lucidi, ancora, per guardare al futuro.

Con un’unica certezza. Nessuno è più disposto da queste parti a dare in gestione la propria speranza ad alcuno. I politicanti di ogni specie se ne facciano una ragione.


Ultimo aggiornamento Giovedì 29 Novembre 2012 21:38

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