Democrazia. Libertà. Odio. Amore. Invidia. Povertà. Popolo. Giustizia. Giustizialismo. Comunismo. Corruzione. Famiglia. Valore/i. Sinistra. Destra. Destra. Sinistra. Laicità. Stato. E di nuovo: amore. E poi: crisi. Una carrellata di parole. Sempre quelle. Perché parlare delle parole? Perché parlare del linguaggio? Forse perché, semplicemente, sono importanti. Le parole esprimono il mondo, che senza queste non esisterebbe. Le parole collegano il pensiero alla società, l’individuo alla comunità. Le parole servono, sono necessarie. Vuoi farti passare il sale in una tavola imbandita? Lo chiedi. Dici si sull’altare?: quel monosillabo diventa un atto: stabilisce un cambiamento giuridico. Le parole servono: raccontano del mondo in cui vivi, lo analizzano, lo creano, lo nascondono, agiscono su di esso.
Ecco perché, qualsiasi atto linguistico è anche un atto etico-morale: la parola può costruire, può descrivere occultando la verità. Può ammaliare. Imbrogliare. In un’intervista molto interessante (la si può trovare facilmente su you tube), il poeta Mario Luzi parla della parola: prima di portare il discorso sull’analisi della parola poetica esprime con poche parole un concetto molto attuale: ragionando sugli avvenimenti storici del secolo, ormai, scorso, parla della contrapposizione tra l’abbondanza di parole e la necessità di una parola che sia vera, pura, che abbia come obiettivo la chiarezza, la verità, lo svelamento e non, il nascondimento, la dissimulazione, l’imbroglio.
Una parola, quindi, sincera; una parola che nel parlare della società, della storia, dell’individuo, della comunità e della politica possa contribuire alla nascita di un pensiero di cambiamento, di evoluzione, di discernimento. Luzi rileva giustamente nell’abbondanza incurata di parole, l’allontanamento dal senso delle stesse. La parola a buon mercato, quella demagogica. La parola come mero mezzo di affabulazione. Ebbene se guardiamo la televisione, riascoltiamo i politici nei loro comizi, leggiamo i giornali, facciamo attenzione ai nomi dei partiti e ai loro programmi, ci rendiamo conto che alcune parole risuonano indiferrenziate e indifferenti da ogni parte. Una specie di eco fastidioso, immateriale, inutile e utilissimo allo stesso tempo: la confusione dei vocaboli, l’annichilimento del senso vero e profondo, lo spettacolo indicente e trogloditico di uno spettacolo vuoto; uno spettacolo messo su con lo scopo di creare un legame simpatetico tra popolo e uomo politico. Negli ultimi mesi si è arrivati all’utilizzo spasmodico della parola Democrazia: il fondo si è toccato quando questa parola la si è utilizzata nel dibattito sull’esclusione della lista del PDL a Roma e provincia. Ebbene, il Presidente del Consiglio, e non solo, ha parlato di attentato alla democrazia, alla rappresentatività politica del Popolo, appunto. Pochi sono stati quelli che hanno tentato di restituire a questa parola tutte le sue sfumature: democrazia è anche rispetto delle regole. Anzi a regolare e a fondare una democrazia sono proprio le regole: senza queste come si può stabilire un metro democratico di eguaglianza di tutti gli individui di fronte allo stato, alla comunità, alla legge? La democrazia si basa, oltre che sul principio della sovranità popolare (la democrazia è la forma di governo in cui il potere viene esercitato dal popolo, tramite rappresentanti liberamente eletti), sulla garanzia della libertà e su di una concezione egualitaria dei diritti civili, politici e sociali dei cittadini. Ecco, la definizione di democrazia, ha al proprio interno un’altra parola largamente utilizzata: libertà. Facciamoci caso: Popolo della Libertà, Sinistra Ecologia e Libertà. La libertà vince su tutto. Ma cosa s’intende per libertà? Quando il nostro presidente del consiglio in Piazza San Giovanni, dice: “vogliamo restare liberi” cosa intende? Libertà non è ab-solutus, sciolto, libero da qualsiasi vincolo. Lo slogan che fa da sfondo alla manifestazione: “l’amore vince sempre sull’invidia e sull’odio” che senso ha? Perché sembra essere una frase presa in prestito dalla comunicazione religiosa e da principi morali? Dov’è la comunicazione politica? Dov’è la comunicazione? Dove il dialogo sulle cose….? O è un dialogo di parole sulle parole? Un baratro vuoto, un abisso senza fondamento…che trova la sua più inquietante espressione in un giuramento collettivo dai toni ancora una volta sentimentali?
L’analisi potrebbe continuare, e potrebbe anche allargarsi nel suo senso: nella comunicazione politica attuale c’è vera comunicazione? I partiti politici comunicano chiaramente e senza ambiguità i loro fondamenti ispiratori e le loro intenzioni reali e concrete? Hanno un’idea del Paese? Hanno un’idea di futuro da proporre? Hanno delle Parole da dire? Delle cose da costruire?
Credo fermamente che quest’arcobaleno di parole utopiche svuotate d’utopia che ci troviamo di fronte sia ben congeniato per imbrogliarci tutti. E fa rabbia: ci stanno riuscendo. Ci stanno appioppando un vocabolario di sensi indistinti, di significanti vuoti: fuochi artificiali fatti di luce effimera che lascia, però, e sta lasciando, profondi e netti segni.
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